Il patrono di San Salvo: San Vitale Martire

| di Giovanni Artese
| Categoria: Storia
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Il martire Vitale

Ma chi era San Vitale? Molto lacunose sono le notizie biografiche del santo martire. Secondo una prima tradizione, Vitale e il suo padrone Agricola sarebbero stati martirizzati a Bologna, nel 52 d.C. A loro venne dedicata una chiesa (oggi annessa al complesso stefaniano delle Sette Chiese). In seguito, a causa del trasferimento delle reliquie di Vitale a Milano, Firenze e in altre città, la tradizione avrebbe tuttavia sdoppiato le loro persone dando origine a racconti e tradizioni diverse. Vitale, a differenza di Agricola, viene infatti ricordato non come martire di Bologna bensì come santo del luogo ove sono venerate le reliquie. E’ il caso di Ravenna dove, nel 409, Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, traslò da Milano alcune reliquie di San Vitale e dei santi Gervasio e Protasio. La tomba di Gervasio e Protasio, martiri milanesi, erano state ritrovate nel 386 dall’arcivescovo Ambrogio. L’unione di tali reliquie indusse un anonimo a comporre, tra la fine del V e i primi del VI secolo, una leggenda secondo la quale Vitale sarebbe stato un martire ravennate, marito di Valeria e padre dei gemelli Gervasio e Protasio.

Il martirio di Vitale è così ricordato dalla tradizione ravennate. Essendo un giorno entrato a Ravenna con il giudice Paolino ed avendo questi costretto i cristiani a sacrificare agli dei, Vitale assistette al processo di un cristiano chiamato Ursicino. Paolino ordinò ad Ursicino, un medico di origine ligure, di sacrificare agli dei immortali. Il medico si rifiutò e per questo fu giudicato reo di morte. Portato nel luogo dove si decapitavano i cristiani, detto ad palmam, Ursicino ebbe dei tentennamenti e cercò di sfuggire all’esecuzione. Allora Vitale intervenne dicendogli: “No, no, non volerlo, medico Ursicino! Tu che eri solito curare gli altri vorresti ora infettare te stesso col veleno della dannazione eterna? Tu, che dopo molti tormenti sei giunto alla palma, non voler perdere il premio che ti è stato preparato dal Signore!”.

Udendo ciò, Ursicino si inginocchiò esortando il carnefice a colpirlo. Il corpo del martire fu preso da Vitale e seppellito a Ravenna. Perciò Paolino lo mandò a prendere con la forza, perché Vitale si era ormai rivelato cristiano. Paolino lo ammonì e lo invitò a sacrificare agli dei. Lui rispose: “Non sacrificherò agli dei sordi e muti ma al mio Dio che creò il Cielo e la Terra”. Paolino ordinò pertanto di distenderlo sul cavalletto per costringerlo col tormento dell’eculeo a sacrificare agli dei. Vitale gli rispose: “Ritieni che possa sedurre proprio me che ho cercato di liberare altri dal timore della morte?”. Dopo di questo, Paolino ordinò all’officiario: “Conducetelo ad Palmam e non decapitatelo, se si rifiuterà di sacrificare, ma scavate una fossa nel terreno fino a toccare l’acqua e là collocatelo supino e, copertolo di terra e di pietre, abbandonatelo”. L’ordine fu eseguito e Vitale andò incontro al martirio. Sette giorni dopo, il giudice Paolino sarebbe caduto in un fiume morendo annegato. Valeria, dopo un inutile tentativo di portare via il corpo del marito, sarebbe stata, qualche giorno dopo, anche lei obbligata a sacrificare agli dei e avrebbe trovato la morte a seguito di selvagge percosse.

In onore del martire Vitale, sul luogo ritenuto della sua morte, nel VI secolo fu eretta a Ravenna la splendida Basilica che tuttora si ammira. E la sua festa liturgica, sempre nella stessa città, fu celebrata fin dal IX secolo il 28 aprile. La basilica di San Vitale, a pianta ottagonale (l’otto era il simbolo della Resurrezione), con tiburio e cupola, è un gioiello dell’architettura tardoromana e bizantina. L’interno è riccamente decorato, soprattutto con mosaici. Nell’abside è assiso il Cristo su un globo turchino, tra due angeli, che nella mano sinistra tiene il volumen e con la destra consegna una preziosa corona al santo titolare Vitale. Una rappresentazione dei santi Vitale, Gervasio, Protasio e Valeria è presente anche nei mosaici di S. Apollinare Nuovo, sempre a Ravenna.

San Pier Damiani, scrivendo alcuni panegirici intorno al 1050, accetta la tradizione ravennate. Egli riteneva che il corpo del beato Vitale fosse ancora conservato nella città di Ravenna. Anche la prima edizione del Martirologio Romano, del 1586, conferma la tradizione ravennate alla data del 28 aprile.

A Fuorigrotta, nei pressi di Napoli, dove nel 763 c’era una casa appartenente alla chiesa di Ravenna, la commemorazione di San Vitale avveniva, per il calendario liturgico locale, il 28 aprile.

Per l’ultimo Martirologio Romano, quello del 2001, di santi con il nome Vitale (dal latino vitalis, cioè vigoroso, pieno di vita) ce ne sarebbero addirittura tredici, in gran parte martirizzati. Tra questi è contemplato il martire padre dei santi Gervasio e Protasio, ‘ucciso, così è scritto, “il 28 aprile del 52 d.C. a Ravenna”, nettamente distinto dai Santi Vitale e Agricola, sempre festeggiati il 4 novembre.

Dunque l’ambiguità permane, in quanto non è chiaro se i due santi sono la stessa persona o meno e neppure se la morte di Vitale risalga al 52 d.C., sotto l’impero di Nerone, oppure al 303 d.C., sotto l’impero di Diocleziano.

Il culto di San Vitale fu sentito e praticato anche a Roma. Qui, nel luogo dove verso la fine del IV secolo esisteva un oratorio dedicato ai SS. Gervasio e Protasio (festeggiati il 19 giugno), tra la fine del IV e gli inizi del V secolo per volontà di una ricca matrona sorse un’importante basilica a tre navate. Nel VI secolo essa venne dedicata a San Vitale e officiata da monaci.

Essendo andata in rovina, la basilica fu riedificata nel 1475 da papa Sisto IV ma ridotta alla sola navata mediana. Nel 1598 il papa Aldobrandini l’affidò alla Compagnia di Gesù. I Gesuiti, grazie ai contributi di una nobile dama, provvidero alla ristrutturazione interna, con l’erezione di cinque altari, la stesura di stucchi e la commissione di affreschi.

Restaurata nel 1859, la chiesa di San Vitale in Roma (oggi sotto il piano stradale di via Nazionale) appare preceduta da un portico colonnato di cinque arcate ed ha la porta ornata da formelle a rilievo, del XVII secolo, con scene del martirio di Vitale. All’interno, presenta alla sommità un soffitto ligneo a cassettoni, rinnovato nel 1934. Ai lati della navata si trovano gli altari e gli affreschi con storie di santi e martiri, tra cui una “Lapidazione e Martirio di San Vitale”, affresco di Ag. Ciampelli sulle pareti del presbiterio, una “Flagellazione di San Gervasio” (che era stato ucciso con colpi di verghe munite di punte di piombo) e una “Decollazione di San Protasio”, entrambe di Andrea Comodi (del sec. XVII).

Anche a Venezia esiste una chiesa di San Vitale, che è raffigurato a cavallo mentre solleva uno stendardo, con lancia. spada e una mazza (strumento del martirio di Valeria). Vitale è inoltre patrono di Marittima. piccolo centro del Leccese la cui parrocchia è gemellata con quella di San Giuseppe in San Salvo. Come a Venezia anche a Marittima Vitale è raffigurato a cavallo e con la barba.

Quanto alle reliquie di San Vitale, giunte a San Salvo da Roma la notte del 20-21 dicembre 1745, esse furono ottenute dal cardinale Pier Luigi Carafa, abate commendatario dei SS. Vito e Salvo, su concessione del papa Benedetto XIV. Non sappiamo se l’urna provenisse dalla basilica di San Vitale in Roma oppure dalle catacombe del Vaticano. Proprio in quegli anni, infatti, Benedetto XIV (il pontefice più erudito e colto del suo secolo) aveva riaperto i sotterranei del Vaticano concedendo che diverse reliquie di santi fossero trasferite in altre località d’Italia.

L’urna contenente le ossa del Martire Vitale era accompagnata da una “descrizione del Cardinale Carafa” e portava “la di lui arma gentilizia”. La commissione di ritorno da Roma. con l’urna del Santo deposta su una carrozza ornata e drappeggiata, fu accolta da una grande folla che attendeva nella piazza principale del paese, illuminata dal fuoco detto di “San Tommaso”.

Il giorno dopo, 21 dicembre, il cardinale Carafa in persona venne a celebrare a San Salvo la messa, il panegirico e la prima processione in onore del Santo martire Vitale. IL Piovesan scrive che “dopo il rito solenne, furono aperti i magazzini del palazzo badiale e distribuiti viveri ai poveri”. Poi venne “allestito un pranzo sontuoso”, probabilmente per tutto il popolo, che non superava all’epoca le 400 anime. Dall’anno successivo, il 28 aprile sarebbe iniziata anche la festa dedicata al Santo patrono.


L’arrivo delle reliquie di San Vitale a Salvo

Intorno al 1743-45 (quando la ripresa economica era già avviata) la chiesa dell’Abbazia dei Santi Vito e Salvo venne interessata da un’importante ristrutturazione. L’interno fu consolidato, il campanile ricostruito nella parte superiore, in uno stile tardobarocco che bene si armonizzava con il romanico e il cistercense delle origini; e il portale imbarocchito anch’esso. Ciò per interessamento del cardinale e commendatario Pier Luigi Carafa; che forse si premurò di rendere la chiesa degna di accogliere le reliquie di San Vitale.

All’epoca la chiesa di San Salvo si strutturava su di uno schema a “due navate uguali e parallele divise da pilastri e tre arcate, con coro, sacrestia e organo” e con otto altari.

Nella prima navata, quella di sinistra, si trovavano:

-           l’Altare maggiore, sul fondo, dedicato a S. Giuseppe;

-           l’Altare detto della Pietà, per la immagine ivi collocata;

-           Il nuovo altare eretto per S. Vitale, dove sarebbero stati collocati una teca reliquiaria in forma di croce e il sacro Deposito del Martire, con da un lato l’immagine di S. Vito e dall’altro quella di San Salvo, Confessore e Pontefice.

-           e l’Altare detto di San Michele, dedicato all’Arcangelo.

Nella seconda navata, quella di destra, si trovavano:

-           l’Altare detto del Carmine, perché dedicato a Maria SS.ma del Carmelo, sul fondo;

-           l’Altare consacrato a Maria SS.ma del Rosario;

-           l’Altare di S. Nicola da Tolentino;

-           e l’Altare di S. Carlo.

Il Cimitero era situato presso la porta piccola (la cosiddetta porta dei morti, sul lato settentrionale), ma tumulazioni si avevano anche nella cripta o sotto le navate. Priva di volta, la Chiesa disponeva di un tetto a capriate, coperto da pianelle e coppi. I fedeli di sesso maschile si disponevano nella parte sinistra; le donne nella parte destra.

Così, finalmente, con il termine di “Santo Salvo” si sarebbe inteso il centro abitato (e il relativo Comune) e con il titolo di “San Giuseppe” la chiesa matrice e arcipretale del borgo, di cui San Vitale era appena divenuto patrono.

L’arrivo in paese delle reliquie di San Vitale avvenne esattamente la notte del 20/21 dicembre

1745. La chiesa di San Salvo, già insignita di una reliquia di San Vito martire e di reliquie di diversi altri santi martiri (come Placido, Amato, Massimo, Illuminato, Anna, Virgilia, Fiore, Silvana, Fabiano, Gennaro, Vincenzo, Fortunato, Pacifico, Urbano, Valentino, Donato, Deodato, Bonifacio, Precordio e altri) nonché di un frammento ligneo della Croce, si arricchiva così di un nuovo prezioso dono, a conforto e sostegno della fede dei suoi parrocchiani.


La scelta del cardinale Carafa

Non sono noti i motivi del dono reliquiario alla comunità salvanese da parte del cardinale e commendatario Pier Luigi Carafa. Vitale è un soldato, anzi un ufficiale dell’esercito romano, raffigurato con le armi e l’equipaggiamento del tempo, certamente un degno rappresentante di gente che, in precedenza, aveva adorato San Michele Arcangelo, altra figura di guerriero, di combattente contro il demonio e contro il male.

II Carafa era, un “uomo di scienza e di vita ascetica” ma attento alle esigenze - materiali e spirituali - dei fedeli. Tra le tante azioni a vantaggio della comunità di San Salvo ricordiamo quella di panificare 20 quintali di farina per gli indigenti della carestia del 1749, e poi di concedere in enfiteusi, nel 1751, i possedimenti dell’Abbazia dei Santi Vito e Salvo ai padri Celestini di Santo Spirito del Morrone; che li avrebbero mantenuti fino al 1776, quando sarebbero infine passati in enfiteusi perpetua al Comune di San Salvo.

Pier Luigi Carafa era nato, da nobile famiglia, a Napoli nel 1677.  Divenne arcivescovo di Larissa nel 1713 e cardinale e rettore  di San Lorenzo in Panisperna nel 1728. Insieme ad altri titoli (nelel località di Prisca, Albano, S. Rufina, Porto, Ostia e Velletri) ricevette, nel 1729, anche quello di abate commendatario dei SS. Vito e Salvo. Morì a Roma nel 1755.

La tomba del cardinale Carafa si trova nella chiesa romana di Sant’Andrea delle Fratte. Nel Contesto della cappella, sono presenti un altare, un ritratto del cardinale dagli evidenti tratti mistici, lo stemma gentilizio nonché il suo monumento funebre, realizzato nel 1759 da Paolo Posi e Pietro Bracci. La figura del cardinale è rappresentata in ginocchio mentre si predispone alla preghiera.

 


Le tradizioni de Le Some, Le Sagne e I Taralli

Dei riti e dei culti religiosi esistenti a San Salvo, tra XII e XIX sec olo, sono già scomparsi quelli di Sant’Antonio Abate (di cui rimane una statua lignea del Cinquecento), di San Michele Arcangelo, di Santo Salvo (il Santo eponimo, vescovo di Albi, città della Francia, festeggiato il 10 settembre), di San Nicola da Tolentino, di San Carlo, della Madonna del Rosario, del Sacro Cuore di Gesù e Maria nonché la processione della SS. Crociata.

Sempre meno sentite sono le celebrazioni di San Sebastiano (protettore dei muratori), di Sant’Antonio da Padova (il 13 giugno), di San Vito (il 15 giugno) e di San Rocco (il 18 settembre).

Vivo è invece il culto di San Vitale, la cui festa del 27 e 28 aprile è preceduta dai riti de “Le Some”, de “Le Sagne” e de “I Taralli”.

Don Cirillo Piovesan sostiene che l’antico pranzo per il popolo sarebbe ricordato dai “taralli” (un pane azzimo in origine), la cui distribuzione coinvolge di fatto tutta la cittadinanza mentre “Le Sagne” o “sagnitelle” offerte alla popolazione e ai pellegrini sarebbero opera dei comitati in occasione della macina del grano. Anche per Evaristo Sparvieri il rito delle “Sagne” in origine non aveva niente di simbolico. Il grano destinato ai taralli o “percellati” (“donato dalle famiglie sansalvesi, un tempo lavato e asciugato al sole sul muraglione di via Fontana Vecchia”) era infatti portato a macinare, con i cavalli (manifestazione detta de “Le Some”), al Mulino Pantanella, già mulino dell’Abbazia, a quattro chilometri dal paese; dove “Le Sagne” costituivano il pranzo giornaliero per i conduttori dei cavalli. In seguito il piatto di “sagne” sarebbe stato esteso “anche a chi, per motivi di vario genere, si trovava presente sul posto o vi si era recato per assistere alla manifestazione delle Some, preludio alla festa del Protettore”.

Il grano e il pane sono da sempre elementi sacri e simbolici per la chiesa. Ma nel nostro caso c’è di più, perché l’emblema dell’Abbazia di San Vito aveva al centro un fascio di spighe: dunque la messe, la ricompensa divina per chi ha ben operato nella sua vita.

Circa il fuoco di “San Tommaso”, non sembra fosse stato stato acceso ad hoc, per accogliere le reliquie di San Vitale quel 20/21 dicembre 1745, in quanto la data del solstizio d’inverno era già avvertita come propizia dalla popolazione.

Come dimostrano le tradizioni delle Farchie di Tufillo e di Montefalcone, del Fuoco Santo di Dogliola, delle `ndocce di Agnone e di altre località (sebbene in genere bruciate nella notte del 24 dicembre, secondo il vecchio calendario giuliano), il solstizio d’inverno costituiva un momento particolare nella cultura delle genti italiche e romane. I fedeli delle divinità antiche (come Herentas e Demetra) legate ai culti della Madre Terra consideravano la notte più lunga dell’anno come un momento di “strozzatura”, di “passaggio”, cioè di morte ma insieme di rinascita e rinnovamento; nel senso del grano che marcisce per originare la nuova spiga, o, più in generale, della luce che rinasce dalle tenebre e che promette vita e amore.

Le origini della festa religiosa e popolare si perdono infatti nella notte dei tempi. I suoi simboli e riti, prodotti prima della diffusione del Cristianesimo, derivavano dal ciclo della vita (il Sole, l’Acqua, il Fuoco) e delle stagioni poiché gli uomini avevano un rapporto profondo con la Natura e cercavano in essa, o attraverso di essa, una risposta al “mistero” della vita nonché un collegamento tra mondo del “visibile” e mondo dell’”invisibile”.

Con l’avvento del Cristianesimo, che affermava l’esistenza di un Dio al di là delle cose, il culto dei santi sostituì quello degli dèi pagani, ma la continuità della civiltà contadina permise che la festa sopravvivesse come evento legato alla terra, alle stagioni, alla vita quotidiana delle popolazioni. Ciò che sembra ancora valere per la tradizione patronale di San Vitale.

D’altronde, non si può negare che a San Salvo, Lu foche de Sand’Tumuàsse costituisca non solo un evento religioso ma anche magico, ancestrale; un archetipo insomma, un rito arcaico da sempre ripetuto e in cui i “salvanesi” vanno a ritrovare se stessi, vanno a riconciliarsi con il proprio passato e a propiziare il futuro.

A conferma della grande attenzione popolare per questa ricorrenza vi sono anche gli eccessi, noti attraverso i documenti. In una lettera, inviata il 25 novembre 1838 all’arcivescovo di Chieti, l’arciprete Ferdinando Persiani tra l’altro affermava che dopo la novena dedicata al Santo, la notte del 21 dicembre, la gente di San Salvo “usciva  nella piazza e per le strade pubbliche a sparare fucilate e a girondolar per il paese”. E concludeva: “Mi pare quindi che non più si celebra con cristiana allegrezza la memoria della traslazione del Corpo del Santo Protettore, ma piuttosto le orgie di Bacco”.


Effigi e statue del Santo. L’urna delle reliquie

Nel corso del tempo diverse sono state le effigi e le statue di San Vitale. Nella chiesa di San Giuseppe si trovano oggi due statue del santo: l’ultima, del secondo Novecento, la penultima di fine Ottocento o primissimo Novecento, entrambe collocate nella cappella omonima. Numerose sono le immagini del Santo a disegno e stampa, di solito prodotte in occasione della festa patronale. Le più antiche pervenuteci risalgono all’anno 1892, a cura della Deputazione composta dai signori Levino Ciavatta, Vito Piscicelli e Antonio Artese, e all’anno 1893, a cura della Deputazione composta dai signori Donato Sabatino, Giovanni Di lorio e Gaspare Monacelli, entrambe edite dalla Litografia Carabba di Lanciano.

L’urna originaria contenente le reliquie di San Vitale è stata invece rinnovata, a cura di apposito Comitato, nel 1975. Nell’operazione sono andati smarriti il documento di accompagnamento e lo stemma nobiliare di Pier Luigi Carafa.


La festa di San Vitale oggi: Le Some e Le Sagne  

Le tradizioni e i culti della festa di San Vitale a San Salvo, il 28 aprile, in oltre due secoli e mezzo vita hanno subito pochissimi aggiornamenti, dovuti innanzitutto ai mutamenti socio-economici e culturali.

Fino al 1960 circa, la farina in sacchi (“Le Some”) per la realizzazione dei “taralli” era portata al mulino da un corteo di cavalli, ornati con drappi ricamati, nastri e fiocchi colorati, fiori e altri elementi decorativi. Con l’avvento della motorizzazione nelle campagne, ai cavalli si sono sostituiti gradualmente i trattori, egualmente bardati a festa. Tale manifestazione, che si tiene una decina di giorni prima della festività del 28 aprile, apre di fatto le celebrazioni patronali e culmina, nella giornata stessa, con il pranzo delle “sagne”.

Dopo la distruzione del mulino Pantanella, durante le operazioni della II guerra mondiale, la tradizione fu dirottata al cosiddetto «Mulinello», nei pressi del greto del Treste, sotto Lentella, e qualche tempo dopo ai due mulini elettrici di San Salvo, Valentini Bassi e Larcinese (a turno, un anno ciascuno).

Oggi la manifestazione si tiene nel centro cittadino, nei pressi della chiesa di San Giuseppe. Il popolo vi accorre numeroso e allegro in tutte le sue componenti sociali, particolarmente quella giovanile e attende pazientemente che “le sagne” siano bollite, in dei cottori in rame, condite con salsa di pomodoro e distribuite in piatti o tegami, pronte per essere consumate.

A prepararle sono dei volontari, soprattutto donne, che nei giorni precedenti la manifestazione si ritrovano insieme per ammassare la farina e trasformarla in pasta lavorata a sfoglia, che è poi tagliata a sagne. Un momento di fatica che si accompagna con canti, preghiere e ricordi delle donne più anziane.


La messa e la processione del 28 aprile

La messa del 28 aprile e la processione con la statua del santo costituiscono il rito culminante della festività di San Vitale. La messa comporta il panegirico del Santo, che viene ricordato dal sacerdote celebrante insieme alla sua famiglia e indicato come esempio di coerenza e di fede per tutti i parrocchiani.

La processione, in passato al termine della messa mattutina, ora di quella serale, si svolge per le strade principali di San Salvo. La statua di San Vitale, simbolo di bontà e insieme di coraggio, portata a braccia dai fedeli, attraversa la cittadina tra due ali di folla. In processione vengono portati anche quattro grandi taralli, creati appositamente per il rito. Il Santo, sovrastante i portatori e i partecipanti alla processione, avanza carismatico e rassicurante dall’alto del suo magistero. Il sacerdote ne segue la statua con in mano un prezioso reliquiario con cui impartisce le benedizioni. Il rito si conclude al rientro nella chiesa di San Giuseppe, dove la statua rimane esposta per l’intera festività, e fino all’ottava, prima che sia ricollocata nella nicchia dell’apposito altare.

Nella tarda serata si tengono gli spettacoli musicali e i fuochi pirotecnici che chiudono i festeggiamenti del 27 e 28 aprile.

Accanto alla memoria dell’evento festivo vissuto, nel cuore non solo dei fedeli ma di tutti i partecipanti resta lo spirito di una rinnovata fiducia nella vita, nella consapevolezza di una tradizione che continua e che si conferma come massima manifestazione dell’identità del popolo di San Salvo.

Giovanni Artese

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