la rete cittanet
x

Mer: meteo Sereno

Min: 12° C | Max: 21° C

Gio: meteo Pioggia

Min: 15° C | Max: 17° C

Ven: meteo Sereno

Min: 12° C | Max: 20° C

Sab: meteo Per lo più soleggiato

Min: 16° C | Max: 22° C

  • mail

Sei in: Focus » Storia » Anna Maria Verzino, pescatore

29/04/2010, 00:00 Storia

Anna Maria Verzino, pescatore

Ha 72 anni Anna Maria Verzino e da 67 fa il pescatore

La piccola imbarcazione di legno viene ormeggiata prima che il sole diventi una palla di fuoco. Lei, nascosta in un impermeabile giallo, lascia il timone e – assieme ai “suoi” uomini – tira le funi per assicurare il natante a riva. Poi agguanta manate di pesce: sogliole, canocchie, cefali, seppie, mormore… “Non è molto, ma è quanto basta”, afferma. Ha 72 anni Anna Maria Verzino e da 67 fa il pescatore. “Per vocazione”, puntualizza. Ha iniziato che era alta un palmo. “Avevo cinque anni – racconta – quando, con lo sguardo pesto da mesi di pianto, convinsi mio padre a portarmi in mare. Lo sentivo uscire all’alba: era scuro ancora, e d’improvviso, la cucina si animava. Mi alzavo e lo supplicavo. Per un po’ non c’è stato niente da fare: venivo riaccompagnata tra le lenzuola. Ma ad un certo punto, forse stanco delle mie lacrime, ha acconsentito. L’idea era di dissuadermi: pensavano, in casa, che, nella notte, messa lì, tra onde grosse e nere, mi sarei spaventata e avrei desistito. Invece…”. Da quella barca, che ricorda “con una vela chiara e l’effige di un cavaliere in sella”, non è più scesa. “Quel giorno, appena ha rischiarato, scrutando la piana d’acqua che mi circondava, mi sono soltanto chiesta: ‘Ma quanto è grande?’” “Il nonno – spiega – era un capostazione originario di Poggio Imperiale”. Ai primi del ‘900 è stato trasferito al casello di Casalbordino (Chieti), centro costiero tra i fiumi Osento e Sinello, con un’economia a carattere prevalentemente agricolo - fatta in particolare frutta, viti ed olive – e che attualmente sta conoscendo un crescente sviluppo turistico. “Successivamente anche mio padre, Donato, è entrato nelle Ferrovie. Ma quell’impiego non lo soddisfaceva. Aveva altri progetti: voleva mettersi in proprio. Nel ’34 si è sposato e si è licenziato. Con i soldi guadagnati e accantonati e le 3 mila lire portate in dote da mia madre Elena ha acquistato la prima barca. Con lui, in questo lido, è attecchita la tradizione della pesca. Che io ho deciso di portare avanti. A 14 anni mi ha affidato per la prima volta i remi: mi ha spedito tra i flutti, da sola. ‘Vai a ritirare le nasse delle seppie’, mi ha comandato. Non ho esitato. Ho riportato indietro quel che mi era stato chiesto, senza difficoltà. E’ stato un momento d’orgoglio. E di fierezza. E ho ottenuto, definitivamente, la sua “benedizione” per quella vita che avevo cercato: “Ti sei sposata col mare…”, ha sentenziato”. Mentre chiacchiera afferra un pugno di crostacei e sulla spiaggia di sabbia e dune di piccoli fiori bruciati dall’estate, di buon’ora, alcuni turisti le si avvicinano, infilando lo sguardo nelle ultime prede che boccheggiano: “A quanto?”. E scatta la trattativa al ribasso.

“Non m’interessava giocare da ragazzina – riflette -. E in seguito neppure imparare il cucito, con cui sono stata costretta a cimentarmi. Ho ricevuto pressioni e ci ho provato, ma ho buttato aghi e fili appena ho potuto. M’interessava il mare. E anche adesso, per me, c’è il mare, sempre, innanzitutto. Il mare, se hai passione, capisce, e, per quanto può, ti ripaga”.
Per diventare ufficialmente pescatore ha dovuto aspettare la “legge sulla parità dei sessi, quella che ha dato a uomini e donne le stesse opportunità di accedere al mondo del lavoro. Prima ero abusiva – afferma -, quanto ho atteso. Poi mi sono presentata negli uffici della Capitaneria di porto ad Ortona e ho avviato le pratiche. I guardacoste erano perplessi, ma ben presto li ho convinti della mia abilità. Ho superato, tra lo scetticismo, la prova di nuoto e di voga. E gli esami necessari. E hanno dovuto concedermi la licenza e iscrivere al registro dei pescatori”. La prima in Abruzzo, forse l’unica, “per una realtà di sacrifici. Ancora adesso i maschi si scandalizzano quando mi intravedono. Mi scrutano, mi fissano, cercano di capire…” fino a che s’accertano che mimetizzata nel fazzolettone c’è in effetti la zazzera bionda di una signora.
Regolarizzata l’attività, anche l’ormai attempata barca di famiglia è passata nelle sue mani. Le è stata intestata e tuttora la conserva. “Un po’ per abitudine, un po’ per passione. E’ un pezzo della mia storia. Ma ricordo quando sono andata con i genitori ad Ortona ad ordinare la nuova”. Si sono recati da mastro Filippo Bruno, il calafato, che costruiva le imbarcazioni “scegliendo in montagna l’albero giusto e scrivendone il destino nei colori usati per tinteggiarle. Ho seguito personalmente le operazioni di realizzazione dello scafo: sono state lunghe e laboriose”. Attualmente Anna Maria è l’armatore di “Gloria”. E le capita di avere alle proprie direttive il nipote, Rossano, di 22 anni. “Che non ha ancora trovato di meglio…”. Lei adesso è in pensione: 436 euro al mese. Una miseria, ma si accontenta. “All’Inps sono rimasti sbigottiti quando ho presentato la documentazione. Non ci credevano che avessi svolto questo mestiere. In ogni caso il mare non l’ho lasciato: siamo inseparabili – dichiara -. Finché ce la faccio continuo”. Così quotidianamente intorno alle 3 è in piedi e pronta a salpare e a filare sulle onde.
“Non importa se diluvia o se nevica. D’inverno aspettiamo che la burrasca passi, poi usciamo. Le insidie le conosco. Il mare generalmente è amico e non tradisce. Il pericolo è rappresentato dalla nebbia, che arriva bianca, compatta, in banchi impenetrabili, e può ingannarti. Essa altera i rumori, li storpia, ti mette fuori rotta. E’ bugiarda. Devi stare in allerta e saperla affrontare. Anche una improvvisa tempesta può essere rischiosa: può strappare e distruggere le reti: non è capitato di rado doverle vegliare fino a che facesse giorno, col cuore in panne, per timore di perdere il pescato”. Riesce a percepire ogni mutamento meteo. Le basta dare un’occhiata alle nuvole. Prestare per un istante attenzione agli umori delle correnti. Sciorina i detti popolari imparati da bimba e dai quali ha attinto prudenza e consigli: “Lampi a ponente, mai senza niente”, “Schiume a marina o è levante o è garbino”, “Chi discioglie la vela a più d’un vento, arriva spesso a porto di tormento”…
Le piace lasciare “l’odore della terra alle spalle, e immergersi” al largo tra schiere di gamberi, i verdi delle alghe, i vortici, la salsedine, le pieghe degli scogli, le resse dei pesci azzurri che a frotte s’affannano verso la superficie, le stelle che s’affacciano in mucchio in attesa. E il silenzio di quel blu che si staglia intorno “infinito, con la linea della costa distante e inafferrabile. Un silenzio che cancella ansie e pensieri e concede libertà. Il mare lo ascolto… anche dalla finestra, quando sono a letto. Ha una voce che è un richiamo e che annuncia con certezza quel che sarà…”. E’ questa la sua favola, quella di un’intera esistenza. Lei è alta, sottile e granitica. Con gli stivaloni, i guanti, le mani callose, l’aria spezzata da coriaceo vigore.
“E’ stato difficile – rammenta -. Il mare dà l’essenziale. Quando il pescato abbondava nessuno lo acquistava. Adesso che scarseggia è diventato un bene ricercato. A volte tornavamo stracarichi. Assieme a mia madre raggiungevo, con i cesti colmi, le stazioni di San Vito Chietino e Termoli per vendere ai passeggeri. Non di rado rimanevamo deluse, perché in pochi ci davano retta e decidevano di comprare. Così tornavamo indietro con i canestri mezzo pieni. “Su, domani sarà diverso”, ci incoraggiavamo e tiravamo avanti. Del resto la pesca, per decenni, è stata l’unica fonte di sostentamento: ci si campava tra periodi di magra e altri migliori. Teneva lontano la fame. Capitava pure che scambiassimo, con i contadini, i frutti del mare con quelli dei campi. Alla fine degli anni Cinquanta per quattro mesi siamo rimasti con le barche ferme, con povertà e stenti lì, in agguato, davanti alla porta. Non vedevamo un centesimo. Mio padre ha scovato la soluzione: è stato il primo ad attrezzarsi per prendere le vongole. Ne raccoglievamo cataste: c’era richiesta sul mercato. Era una pioggia di gusci. Poi preparavamo sacchi ed etichette per spedirle in altre regioni, come in Campania, a Napoli, con i treni. Il mare ha soddisfatto le necessità, in ogni modo: durante la guerra cucinavamo con l’acqua salata e con la stessa impastavamo il pane e la pasta. E, per scaldarci, adoperavamo i tronchi che venivano trascinati a riva e che rastrellavamo e gettavamo nel camino”.
“Il mare pazzo, imprevedibile. A poco a poco l’ho visto trasformarsi in una fogna. Tiriamo su sacchetti di plastica, bottiglie. L’inquinamento è padrone. Navighiamo tra lavatrici e frigoriferi, schiuma e chiazze oleose. Tra spazzatura che sbuca ovunque, galleggia, rimane intrappolata. Non mancano liquami, scarti di lavorazioni, scorie. L’abbiamo trasformato, l’abbiamo distrutto. Avremmo dovuto avere un po’ più di riguardo nei suoi confronti. Un po’ più di rispetto, perché lo merita”, e si ferma, concentrandosi su un pugno di conchiglie che ha raccolto e ha infilato in un tascone. Poi rimira l’orizzonte apatico, l’azzurro piatto. “Sta cambiando… Farà brutto, prepariamoci…”.
Serena Giannico

Sondaggi

Chi vincerà il ballottaggio?

11 voti totali
  • Domenico Di Stefano (9 voti)
  • Tiziana Magnacca (2 voti)

offerte della settimana

Media

annunci
stilefashion
viverecongusto
terraecuore

© 2001-2012 - È vietata la riproduzione, anche solo in parte, di contenuto e grafica.

Reg.Tribunale di Vasto n.106 del 25 Mag 2005 | Anno 8 | numero 138