L’abbazia di San Vito - poi dei SS. Vito e Salvo - del Trigno (secc. XIII-XIX)

| di Giovanni Artese
| Categoria: Storia
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L’abbazia di San Vito del Trigno costituisce l’ultimo ma nello stesso tempo il maggiore insediamento monastico sorto nel Medioevo sul territorio di San Salvo. Il primo fu la cella benedettina farfense poi monastero volturnense di Sant’Angelo in Salavento, eretto nel IX secolo sui resti della villa romana di via San Rocco e in declino già nel XII secolo. Il secondo fu il monastero benedettino cassinese di Santo Salvo, edificato tra il IX e X secolo, sulle rovine della scomparsa città romana, e divenuto cuore dell’omonimo abitato poi cresciuto intorno. Il terzo e ultimo fu appunto quello di San Vito del Trigno, eretto nella omonima pianura fluviale, esattamente nella contrada ancora oggi denominata di San Vito, a circa 2500 metri da San Salvo e a circa 1000 dal corso del Trigno. I presupposti per quest’ultimo insediamento monastico furono il passaggio della chiesa di Santo Salvo e della grangia in cui si collocava (situata tra Buonanotte, il Piano Sant’Angelo e la Piana della Chiesa) dai benedettini ai cistercensi di S. Maria di Casanova nel 1204; e poi la realizzazione di un “infirmatorium”, cioè di un ospedale per monaci malati nella grangia di Castello Manno (attuale Bufalara-Rotella) anch’essa ceduta, ma da feudatari laici, intorno al 1210, all’abbazia di S. Maria di Casanova. Secondo il Bedini, fu nel 1255 che l’Ordine Cistercense diede l’assenso a che l’ospedale fosse trasformato in abbazia. I lavori iniziarono presto e forse già tra il 1257 e il 1259 gli edifici monastici erano stati in buona parte realizzati. Figlia della linea di Clairvaux-Fossanova, attraverso l’abbazia delle Tre Fontane di Roma, San Vito del Trigno divenne così la penultima abbazia cistercense d’Abruzzo, preceduta da S. Maria di Casanova (1195) nei pressi di Penne, S. Maria Arabona (1209) nei dintorni di Chieti, S. Spirito d’Ocre (1248) vicino L’Aquila, e seguita da S. Maria della Vittoria (1274) tra Avezzano e Tagliacozzo. Il monastero abbadiale di San Vito del Trigno venne dunque edificato in luogo pianeggiante ma su una motta, un terreno cioè leggermente rialzato, che forse aveva ospitato in precedenza un tempietto pagano o qualche altra piccola struttura. Esso si confaceva alla tipologia urbanistica e architettonica del gotico cistercense, con la chiesa - allineata all’incirca sull’asse est-ovest - posta a nord del monastero, ciò che consentiva d’inverno la protezione degli edifici monastici dai forti e freddi venti boreali. Al centro si trovava il chiostro, luogo di preghiera e meditazione, ad est la sala capitolare e i dormitori dei monaci, a sud la cucina, il refettorio e altri ambienti minori, ad ovest gli edifici riservati ai conversi. Attigui o isolati dovevano essere l’infermeria, i magazzini, i laboratori e gli opifici, tra cui una cantina, un mulino e delle gualchiere. La presenza di un mulino nei pressi dell’abbazia è infatti suggerito dalla traccia residua di un antico formale, che attivava le pale con le acque derivate dal fiume Trigno. Più tardi il mulino sarebbe stato trasferito circa due km a valle, lungo l’attuale Formale del Mulino, in località Pantanella, dove rimase attivo, passando dalla gestione monastica a quella di privati e infine del Comune di San Salvo, fino al 1943 circa. Lo stemma di San Vito aveva al centro un fascio di spighe (sarebbe stato poi acquisito dal Comune di San Salvo, che vi aggiunse una botte) e ciò attesta come tra le coltivazioni di maggiore importanza, in parte finalizzate all’esportazione (specie a Tremiti, per conto di Casanova), figurassero il grano e altri cereali seguiti dai legumi, dall’uva da vino, dagli olivi e dai prati naturali o artificiali. Florido doveva infatti essere l’allevamento di buoi, bufali, cavalli, maiali e pecore, in quanto il territorio abbadiale era esattamente compreso tra i tratturi L’Aquila-Foggia e Centurelle-Montesecco (che passavano rispettivamente sul percorso dell’attuale Statale 16 e al guado del Trigno tra la Cuccetta di Lentella e Pietrafracida di Montenero). Consumando pesce e non carne, i monaci cistercensi curavano inoltre la creazione di peschiere attraverso lo sbarramento di corsi d’acqua. Dopo essere in breve entrata in possesso anche della Padula (così estendendo il controllo a tutta la pianura fluviale alla sinistra del Trigno) nei decenni successivi alla sua origine l’abbazia di San Vito del Trigno, grazie anche alla protezione accordata dai sovrani angioini, accrebbe l’importanza e l’influenza incorporando tenimenti, grange e monasteri decaduti nel Chietino, in Capitanata, in val Pescara e nell’Aquilano, così divenendo il centro amministrativo di un cospicuo feudo. Nel giro di circa un secolo sarebbero passati sotto la sua amministrazione le chiese e i casali di San Vito di Forca di Penne e di Brittoli, San Vito di Capestrano, San Vito del Pescara, San Giorgio del Pescara, S. Maria di Catignano, S. Martino in Valle di Fara, S. Stefano di Atessa, S. Martino di Tornareccio, S. Martino di Paglieta e S. Giovanni di Archi (per citare solo i possedimenti maggiori). L’abbazia era esente da ogni autorità diocesana e dipendeva direttamente dalla Santa Sede, in quanto era stata insignita della giurisdizione di “Nullius Dioecesis”. Perciò l’abate esercitava, nell’ambito del territorio, un’autorità quasi episcopale. Di alcuni suoi abati sono stati tramandati anche i nomi. Tra tutti, ricordiamo l’abate Filippo, che governava il cenobio nel 1269, l’abate Michele, citato in un atto del 1324, e l’abate Biagio di Luco che, nell’agosto 1353, fu promosso al vescovado di Chiusi. A conferma della potenza di San Vito restano, oltre agli atti notarili delle donazioni o degli acquisti (35 di questi atti, su pergamene, sono oggi conservati presso l’Archivio di Stato di Siena), documenti provenienti direttamente dalla Curia Papale, in particolare lettere (le cosiddette “bolle papali”) inviate da Roma o, più frequentemente, da Avignone (dove i papi si sarebbero trasferiti nel 1307) ad abati o monaci di San Vito. Nonostante la notevole crescita dell’abbazia nei circa 60 anni seguenti la sua istituzione, ben presto le avvisaglie e poi l’arrivo di una grave crisi economica, iniziata con le epidemie del 1315-1317 e la grande carestia del 1328 e culminata con la diffusione della peste nera del 1348, produssero anche per San Vito del Trigno effetti devastanti (come del resto dappertutto in Italia, dove la popolazione scese di oltre il 40%). Nella seconda metà del Trecento, nonostante ci fossero ancora donazioni per la nostra abbazia, iniziava pertanto la sua lenta e inarrestabile decadenza. Mentre si infittivano le ruberie e le occupazioni abusive a danno del suo patrimonio e delle sue grange, la crisi coinvolgeva tutto l’ordine cistercense (con l’abbandono di S. Maria di Tremiti e le gravi difficoltà di S. Maria Arabona e di S. Maria di Casanova). Nel 1364 i monaci di San Vito non erano più in grado di far fronte ai pagamenti dovuti alla Curia romana, tanto che nel 1372 ne vennero esentati. Intanto, trovandosi all’interno del feudo originario anche la chiesa di Santo Salvo, nel passaggio tra il XIII e il XIV secolo il nome dell’abbazia veniva mutato da “San Vito del Trigno” a “dei Santi Vito e Salvo del Trigno”. Così il vecchio monastero di Santo Salvo, con l’annessa chiesa, erano ristrutturati secondo lo stile cistercense come attestano le due monofore tuttora presenti sul muro settentrionale della chiesa di S. Giuseppe) e recuperati a funzioni economiche ed amministrative. Diversi studiosi ipotizzano perfino un trasferimento, in questa fase, della sede abbadiale dalla pianura del Trigno a San Salvo, cosa che a noi sembra più probabile per il periodo successivo alla crisi del Trecento, cioè tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, quando i monaci si ridussero di numero (presupposto per l’abbandono del complesso monastico). L’ultimo documento che attesta ancora un certa vitalità dell’abbazia risale al 1412; dopodiché è da ritenere che i pochi monaci rimasti la lasciassero definitivamente prima della metà del Quattrocento. A quel punto il Papa, seguendo l’uso di concedere le abbazie decadute ad alti prelati (detti abati-conti, vescovi-conti ecc.) dichiarò quella dei SS. Vito e Salvo del Trigno “beneficio e commenda concistoriale di libera collazione della Santa Sede”. Gli abati commendatari nominati di volta in volta per l’abbazia ricevettero in beneficio tutte le rendite, i diritti, i privilegi e le giurisdizioni già goduti dai monaci cistercensi, compresa la “Nullius Dioecesis”. Essi erano anche insigniti dell’autorità civile col titolo di baroni. Risiedendo tuttavia di solito lontano dal feudo abbadiale, gli abati commendatari delegarono le responsabilità amministrative a vicari generali e altri soggetti: ciò che alla lunga si sarebbe rivelato nocivo per l’integrità e gli interessi del patrimonio dei SS. Vito e Salvo. Colantonio Valignani, vescovo di Chieti, fu forse il primo abate commendatario di San Vito, che resse fino al 1487. Seguirono, tra i nomi certi, Francesco Lucentini de’ Piccolomini, già arcidiacono aquilano, Agostino Bennato, vescovo di Cassia (che nel 1507 concesse in affitto tutti i proventi dell’Abbazia per 150 ducati d’oro l’anno), Giovanni Piccolomini, arcivescovo di Siena e poi cardinale (attestato nel 1522), Giovanni Oliva, arcivescovo di Chieti (attestato nel 1568), Francesco Bandini Piccolomini, arcivescovo di Siena (attestato nel 1573), Scipione Borghese Caffarelli, cardinale, mecenate e nipote di papa Paolo V (attestato nel 1631), Francesco Caffarelli, arcivescovo di Siena (attestato tra il 1653 e il 1703), un altro Caffarelli (attestato nel 1713), Pier Luigi Carafa, arcivescovo di Larissa, persona colta (che nel 1745 fece dono al popolo di San Salvo delle reliquie di San Vitale e che nel 1751 concesse il feudo abbadiale in enfiteusi ai Celestini del Morrone e di Vasto), Giovanni Costanzo Caracciolo, cardinale, sotto la cui commenda l’enfiteusi di San Vito passò (esattamente nel 1776) al Comune di San Salvo, e Giuseppe Maria Carafa, vescovo di Mileto, ultimo commendatario tra il 1783 e il 1786 in quanto da allora non vennero nominati successori ma solo vicari per l’amministrazione. Nel 1789, il re borbonico di Napoli incamerava l’intero feudo abbadiale dei SS. Vito e Salvo giustificando la decisione con la perdita della conventualità da parte del monastero. Nel 1811, le parrocchie di San Salvo e Tornareccio erano incardinate nella diocesi di Vasto e poste sotto l’amministrazione dell’arcivescovo di Chieti. Quanto al Comune di San Salvo, questo avrebbe continuato a pagare per buona parte dell’Ottocento il canone per l’enfiteusi delle terre dei SS. Vito e Salvo (pari a 1200 ducati l’anno). Con le leggi antifeudali del 1871 e 1877, le decime della Chiesa vennero abolite e i beni ecclesiastici incamerati dallo Stato. I 1200 ducati furono trasformati in 3.612 lire l’anno, somma che fu pagata fino alla riforma delle amministrazioni comunali, quando il canone venne per sempre abolito e i beni terrieri (eccetto la Bufalara, usurpata dai d’Avalos e trasferita al Comune di Monteodorisio e poi di Cupello; e la Padula, andata al Comune di Montenero) passarono definitivamente al Comune di San Salvo e ai suoi cittadini. I ruderi di San Vito (ben segnalati nella Corografia del basso Trigno dell’Antinori, risalente alla seconda metà del Settecento) continuarono a sgretolarsi nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento, per poi essere demoliti da contadini e coloni che lavoravano le terre viciniori. Tuttavia, ancora negli anni Venti e Trenta del Novecento erano visibili tratti di alzato della Chiesa dell’abbazia. Negli anni Ottanta del Novecento, quando già il suolo dell’area abbadiale era stato arato, bonificato (ad eccezione della vecchia masseria di Leonardo Di Iorio, probabilmente ricostruita sulle strutture di ingresso del monastero) e trasformato in pescheto, occupandomi dell’argomento, chiesi e ottenni preziose informazioni da anziani che avevano lavorato quelle terre, in particolare da Gennarino Ciavatta; quest’ultimo mi confermò quanto osservato in gioventù e mi indicò il sito della chiesa. Nonostante i miei appelli ad alcuni sindaci perché il Comune acquisisse quei terreni e provasse a scavare nell’area, fondamentale nella storia di San Salvo, non accadde nulla fino al settembre 1998, allorché, durante una occasionale ricognizione, mi accorsi che il pescheto era stato tagliato e il terreno della motta sbancato, in attesa di poter essere di nuovo arato in profondità. In tal modo erano venute alla luce le tracce residue delle fondazioni della chiesa e del monastero. Immediatamente informai il Sindaco dell’epoca, chiedendogli di rivolgersi alla Soprintendenza Archeologica e di bloccare i lavori. Ma prima che questo effettivamente accadesse, ritornando nei giorni successivi sul sito, dovetti personalmente fermare, per altre due volte, il trattore e l’aratro del buon Tonino Torricella, convincendolo a desistere (e ancora adesso lo ringrazio per avermi ascoltato, rinunciando a eseguire un lavoro già commissionato). Negli anni successivi il sito fu vincolato dalla Soprintendenza Archeologica e finalmente acquistato dal Comune di San Salvo. Con un solo limite: che il lotto espropriato si situava di traverso alla pianta strutturale dell’abbazia e non la conteneva purtroppo tutta. Cercai inutilmente di far comprendere che l’allineamento della chiesa di S. Vito era il medesimo della chiesa di San Salvo (est-ovest) e che dunque si rendeva necessario acquistare anche un pezzo del lotto adiacente nonché i ruderi della masseria Di Iorio (la cosiddetta “ara”, cioè l’area comune tra i diversi lotti). Dopo una sommaria pulizia ed esplorazione, il sito è rimasto senza interventi significativi per diversi anni. Finalmente, tra il 2007 e il 2011, grazie all’interessamento della Soprintendenza e all’opera di un gruppo di lavoro guidato dalla dottoressa M. Carla Somma, dell’Università di Chieti, sono state riportate alla luce alcune strutture fondanti del complesso monastico: una fondazione in pietre di fiume, larga 120 cm. e lunga 31 metri, che probabilmente sosteneva il muro esterno orientale dell’abbazia, su cui poggiava anche l’abside della chiesa; due fondazioni realizzate con la stessa tecnica, perpendicolari alla prima, larghe 100 cm, scavate rispettivamente fino ad una lunghezza di 12 e 18 metri, portanti forse le murature settentrionale e meridionale della chiesa; e altre fondazioni minori, sia perpendicolari che parallele alla prima (la più lunga scavata per m. 15.65) di cui è difficile dire l’esatta funzione. Sul lato che confina con il fosso della Selva (dove gli anziani ricordano un cimitero) sono inoltre state scoperte delle tombe terragne, in quella che doveva essere appunto l’area cimiteriale dell’abbazia. Intorno alle fondazioni sono state inoltre rinvenute alcune sepolture e pochi frammenti ceramici (prevalentemente di “maiolica arcaica e ceramica da dispensa priva di rivestimento”) databili al XIII-XIV secolo. Lo scavo potrebbe continuare per un poco ma non arriverà mai a darci una pianta completa di San Vito per il motivo in precedenza detto. Infatti, il lotto viciniore è stato - contestualmente all’acquisto del nostro - interessato da uno scasso in profondità (di oltre 1 metro) che ha interamente travolto le fondazioni - peraltro più superficiali - della parte occidentale dell’abbazia. Intanto, i ruderi della masseria Di Iorio, la cui lunghezza superava i 20 metri, sono andati ulteriormente in rovina, quando questa struttura (realizzata con materiali di spoglio di San Vito) avrebbe potuto essere studiata, restaurata e opportunamente adibita a deposito dei materiali recuperati durante lo scavo. In conclusione, possiamo tuttavia affermare che tali resti scoperti e in parte scavati confermano tutte le nostre aspettative, cioè di un’abbazia notevole nella struttura e nelle funzioni nonché, come dimostrano i documenti, determinante per molti secoli nelle vicende storiche di San Salvo e del suo circondario.

Giovanni Artese

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