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Tempo pieno sì, tempo pieno no? Un diritto o una conquista?

Anche a San Salvo si ripresenta la lotta per il tempo pieno della primaria

| di Maria Napolitano
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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La scuola elementare a tempo pieno ha sempre avuto un suo fascino.

La domanda sull’attualità e sul futuro del tempo pieno è un tutt’uno con le domande sul futuro della scuola nel suo insieme.

In Italia ha avuto un differente sviluppo in base anche alle esigenze delle famiglie. In Emilia Romagna e in generale nelle regioni del nord, dove le donne lavoravano fuori dagli ambiti familiari già dagli anni ‘70, 6 sezioni su 7 sono a tempo pieno. Oggi questo scenario familiare è diventato anche quello delle regioni meridionali ma la riforma del 1990 (Legge n. 148 del 5-6-1990) ) ha in qualche modo congelato la formazione di sezioni stabili del tempo pieno.

Riuscire a formare una sezione a tempo pieno anche se ci sono le richieste delle famiglie diventa un’impresa molto ardua per il dirigente scolastico di turno che è costretto a dover gestire un dato organico. In questi casi oltre al dirigente scolastico si mobilitano le famiglie interessate con raccolta di firme presentata alle varie competenze scolastiche non solo locale ma anche provinciale e regionale.

La creazione e la salvaguardia delle sezioni a tempo pieno, anziché essere un semplice diritto dell’istituzione scolastica e delle famiglie diventa una vera e propria lotta e a volte una conquista.

Questo è quello che succede anche a San Salvo da diversi anni. Anche quest’anno le famiglie e le istituzioni interessate al tempo pieno si stanno prodigando per ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto acquisito.

In Italia il tempo pieno è nato negli anni ’50, anni dell’emergenza assistenziale, del pasto caldo assicurato dalla refezione scolastica, delle gallette “biscottate” inviate dagli aiuti internazionali, del soccorso invernale assicurato dal “patronato scolastico”, con il suo corredo di scarpe grosse e di mantelline plastificate, di quaderni e matite (…e, d’estate, tanta “colonia”). Era questo il diritto allo studio per i capaci e meritevoli di cui parla anche la Costituzione del 1948, con il sapore delle cose semplici e antiche.

Poi arrivarono gli anni ’60, con tante idee pedagogiche in movimento provenienti anche da altri paesi (sono gli anni di Dewey, Freinet, Piaget, Bruner). Fioriscono le scuole alternative e i tanti doposcuola. E’ l’idea del riscatto degli umili attraverso la scuola, con approcci e itinerari assai diversi, dei linguaggi alternativi, degli stili di conduzione molto libertari: anni forse un po’ disordinati, ma ricchi di fermenti per il futuro.

Negli anni ’70 questo movimento pedagogico trova uno sbocco istituzionale, sono da annoverare in questo scenario la L.18 marzo 1968, n. 444 (che istituiva la scuola materna statale), la legge 24 settembre 1971, n. 820 (che avviava il tempo pieno “statale”), la legge 6 dicembre 1971, n. 1044 (che istituiva gli asili nido).

Oggi la scuola sta tornando indietro di lustri rispetto agli ideali forti che hanno ispirato le riforme degli anni ’70. Dove è finito quello zelo dei politici che vogliono fare qualcosa di buono per il loro paese a partire dalla scuola, la base per la formazione dei futuri cittadini?

 

Maria Napolitano

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