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Dio si incarna nella dimensione umana assumendone tutta la realtà di bene e di male che essa comporta

Commento al vangelo

| di Don Mario Pagan
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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l Vangelo di questa prima domenica di Avvento si presenta con un linguaggio apocalittico, abbastanza ostico alle nostre  orecchie e che, se preso alla lettera, sembra più un presagio di catastrofi che l’annuncio di una “buona novella”. In realtà di “catastrofi”, nel nostro mondo, ne stanno avvenendo continuamente. Da quelle naturali, spesso causate dall’uomo e dalla sua ingordigia per il guadagno che lo porta sempre più a sfruttare la terra e tutta la creazione, alle “catastrofi” della violenza, delle guerre e degli atti terroristici che avvengono ormai in ogni dove, con l’unica differenza che quelli più vicini a noi, in Occidente, fanno più notizia e scalpore di quelli che avvengono in Asia o in Africa.

Di fronte a questa realtà, che a quanto pare non è cambiata, le parole evangeliche di ieri possono benissimo descrivere la situazione di oggi. “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Che cosa significa e di quale liberazione si parla? Non certo di una liberazione da tutti i nostri mali come qualcosa che ci cada dall’alto e risolva ogni nostro conflitto sia esso di origine morale, economica, politica o religiosa.

No, la fede cristiana non ha un deus ex machina che intervenga dall’alto e risolva ogni problema, anzi il percorso che propone è completamente l’opposto, perché è quello di un Dio che si incarna nella dimensione umana assumendone tutta la realtà di bene e di male che essa comporta. Fino al punto da lasciarsi schiacciare da quel male pur di non schiacciare l’uomo che lo commette e vincendo, così, quello stesso male con il bene. E’ proprio questa liberazione di cui si parla nel vangelo di oggi.

Una liberazione che non ci risparmia né la morte, né qualsiasi altra catastrofe o violenza, ma che ci indica la strada da percorrere per affermare la vita, il bene, l’amore. E questa strada è la “vigilanza”, tema fondamentale di questo periodo di avvento. Ma cosa significa nel linguaggio cristiano, ”STARE ATTENTI”, “VIGILARE?  Il termine deriva dalle “vigilie” che erano i turni di guardia che scandivano il passare della notte, le ore del buio. In seguito il termine “vigilia” acquista un valore di preparazione all’evento che sta per avvenire, in tal senso è la notte prima di un determinato giorno importante (la vigilia del Natale, della Pasqua, ma anche del giorno delle nozze, degli esami, di qualsiasi altro avvenimento importante per la vita di ogni uomo).

Vigilare, allora, significa da una parte essere nel buio, cioè vivere incarnati nella nostra realtà piena di contraddizioni, di sofferenza e di male e, dall’altra, sapere che l’alba sta per venire, il giorno e la sua luce per spuntare. Di fronte a tale attesa, allora anche il buio sembra meno oscuro e soprattutto l’attenzione è verso la luce per cui tutto ciò che ci è attorno acquista un valore diverso, ha un peso diverso.

Il caos del buio si delinea, le realtà si vedono per quello che sono e, soprattutto perdono il loro valore di assoluto o il loro volto di mostri che incute  terrore. La “veglia”, allor, e il disarmo della morte intesa come male estremo, violenza, disperazione, proprio perché c’è il giorno, la luce che viene e con questa la capacità di vedere al di là e di rendere vano tutto ciò  che sembra necessario per sentirsi al sicuro nel buio –la ricchezza, il potere, il successo- e di rendere manifesto il vuoto che il nostro egoismo e narcisismo produce attorno a noi. “Vegliate in ogni momento pregando” è l’invito che ci viene dal Vangelo “perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, non perché questo ci rende esenti o ci protegge dalle “catastrofi”, ma perché davanti a noi c’è il giorno che non avrà mai fine, quella lue che ha vinto le tenebre: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo” (Gv 15,33).

 

Don Mario Pagan

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