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Giornata Mondiale del Suolo, Legambiente: "L’Abruzzo tra le regioni con i valori più alti di suolo consumato sulla costa"

| di Legambiente
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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“Agricoltura sostenibile e stop al consumo di suolo devono diventare parte della strategia nazionale contro il cambiamento climatico” 

"Ultima chiamata per il pianeta: abbiamo solo 20 anni per salvarlo dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell'uomo e dei territori"

Sembrerà banale ricordarlo, ma senza suolo non si mangia. Senza tutela del suolo, si rischia di essere travolti da frane e alluvioni, senza suolo si perde un importantissimo serbatoio di carbonio. Il suolo è altresì fondamentale nel contrasto ai cambiamenti climatici ed è un’indispensabile riserva di biodiversità. Insomma, dal suolo dipende la nostra vita sul pianeta. Perché racchiude il più importante stock di carbonio terrestre, dalla cui corretta gestione può dipendere gran parte del successo della lotta al cambiamento climatico: un aspetto ancora troppo sottovalutato dai Paesi che in questi giorni invieranno le proprie delegazioni alla Cop 24 di Katowice per i negoziati sul clima.

Il suolo non riceve l’attenzione che merita, la sua rilevanza per la sopravvivenza umana è decisamente sottovalutata. E’ maltrattato, abusato, coperto e impermeabilizzato dall'edificazione senza limiti, inquinato dalle attività industriali, sovrasfruttato da un uso agricolo e zootecnico poco attento.

Per queste ragioni Legambiente, CIA Agricoltori Italiani, ISPRA, Politecnico di Milano ed altri partner, hanno deciso di dare vita a SOIL4LIFE, un progetto europeo nato con l’obiettivo di promuovere l’uso sostenibile ed efficiente del suolo e delle sue risorse in Italia e in Europa. Bastano pochi numeri per comprendere come quello del suolo sia tutt’altro che un ruolo secondario: nei suoli del pianeta sono stoccati 1550 miliardi di tonnellate di carbonio, una quantità pari a ben 6 volte l’aumento della CO2 atmosferica dall'epoca preindustriale ad oggiquesto significa che uno squilibrio a livello globale della biochimica del suolo è in grado di moltiplicare gli effetti del cambiamento climatico per come li abbiamo conosciuti fino ad ora. Ma anche che, al contrario, una buona gestione di coltivazioni, pascoli e foreste può dare un formidabile contributo allo sforzo globale di riduzione delle emissioni climalteranti, permettendo di sottrarre all'atmosfera enormi quantità di carbonio. Per l’Italia, ciò si traduce nell'affrontare due grandi emergenze: mettere un freno al consumo indiscriminato di suolo e sviluppare una efficace politica di orientamento rivolta al settore agricolo.

Secondo la Fao, il 33% del suolo mondiale oggi è altamente degradato. Le moderne coltivazioni intensive hanno impoverito il suolo, pregiudicando la possibilità di mantenere in futuro la stessa capacità produttiva. Un approccio sostenibile è possibile, per esempio, se si coltiva biologico, se si aumenta la quantità di materia organica senza fare ricorso a prodotti chimici. La Fao ha stimato che una gestione sostenibile dei suoli potrebbe aumentare la produzione di cibo fino al 58%.

Per queste ragioni, si chiede ai ministri dell’agricoltura Centinaio e dell’Ambiente Costa di investire i fondi destinati al nostro Paese dalla nuova PAC in iniziative centrate sul recupero di fertilità dei suoli mediterranei, anche in chiave di politiche di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, oltre che di produzione di materie prime.

Sul fronte della riduzione del suolo libero, siamo di fronte a un fenomeno che purtroppo non accenna ad arrestarsi e che porta con se conseguenze spesso irreparabili. Lo confermano gli ultimi dati di ISPRA, che attestano il consumo di suolo nel 2017 su una media di 15 ettari al giorno, ovvero 54 km quadrati all'anno. Una trasformazione di poco meno di 2 metri quadrati di suolo che, nell'ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo. Dagli anni 50 al 2017 la copertura artificiale del suolo è passata dal 2,7% al 7,65% (+180%), intaccando ormai 23.063 chilometri quadrati del nostro territorio.

I valori percentuali del suolo consumato crescono avvicinandosi alla costa. Nella fascia litoranea il dato del consumo di suolo viene valutato considerando differenti distanze dalla linea di costa: 0-300 metri, 300-1.000 metri, 1-10 chilometri e oltre 10 chilometri. A livello nazionale quasi un quarto della fascia compresa entro i 300 metri dal mare è ormai consumato. A conferma dei dati del 2016, tra le regioni con i valori registrati più alti entro i 300 metri dalla linea di costadopo Liguria e Marche con quasi il 50% di suolo consumatoc’è l’Abruzzo con il 36,60%. La nostra regione sale al secondo posto in classifica tra i 300 e i 1.000 metri con un valore pari  al 31,8% di consumato.

Non da ultimo, nel giorno in cui ha preso il via ufficiale in Polonia la Conferenza internazionale sul clima Cop24, il monito dell'Istituto superiore di Sanità: solo due generazioni, ovvero 20 anni, per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici e dagli effetti devastanti che questi avranno sulla salute dell'uomo e dei territori. Già oggi le morti in Europa legate ai cambiamenti climatici sono migliaia l'anno, ma saranno milioni nel prossimo futuro se non si agisce subito. I danni sulla salute dai cambiamenti climatici non sono visibili all'istante ma sono devastanti. L’ISS parla di un “Olocausto a fuoco lento”. L'Organizzazione mondiale della sanità parla di 7 milioni di morti legate ai cambiamenti climatici ed in Italia ben il 12% dei ricoveri pediatrici in ospedale sono connessi all'inquinamento.

E’ davvero l’ultima chiamata per il pianeta. Anche nella nostra regione bisogna continuare sempre e con piu coraggio a tenere l’ambiente al centro del cambiamento. I tempi sono più che maturi per intervenire sulla più grande emergenza ambientale: i cambiamenti climatici. Una situazione che richiede nuove politiche e nuovi modelli produttivi di trasformazione di approvvigionamento delle risorse.

Bisogna costruire per l’Abruzzo un percorso sostenibile attraverso la green economy che ci accompagni verso l’abbandono definitivo delle fossili e che punti ad un economia moderna, sostenibile, totalmente decarbonizzata e rinnovabile e con una nuova attenta gestione e manutenzione dei territori e delle aree fluviali.

“L’appello che facciamo ai nostri rappresentanti regionali anche in virtù delle nuove elezioni - dichiara Giuseppe Di Marco, presidente Legambiente Abruzzo - è quello di continuare con politiche coraggiose di intervento sulla gestione sostenibile delle risorse e del territorio. Riteniamo assolutamente indispensabile che si lavori su un’unica visione che tenga al centro ambiente e lotta ai cambiamenti climatici, dentro un progetto di governo che abbia la capacità di legare il tema della sostenibilità ambientale all’industria, agricoltura, urbanistica, consumo di suolo e manutenzione dei territori, turismo e patrimonio naturale, economia circolare e mobilità. Il tutto accompagnato da azioni atte a favorire la crescita culturale e l’attenzione alle buone pratiche esistenti ed in parte già avviate. Bisogna, ad esempio, andare avanti su una nuova legge urbanistica che tenga al centro il contrasto al consumo di suolo e favorisca la riqualificazione degli spazi, lavorare per una nuova gestione delle aree industriali attraverso la costruzione di ecodistretti, cambiare i regolamenti edilizi e puntare sulle rinnovabili, efficienza energetica e sui materiali di recupero, rivedere i canoni per le attività estrattive e per il prelievo di acqua minerale. Puntare sulla più grande opera pubblica necessaria che è la manutenzione del territorio a forte rischio idrogeologico.”

Certamente la soluzione non è nella proposta del governo nazionale relativa alla necessità di scavare nei fiumi e torrenti per eliminare la vegetazione ripariale, quale problema delle alluvioni. Questa è una proposta approssimativa, piena di inesattezze che ignora le norme comunitarie e priva di una qualsiasi base scientifica. 

I motivi del ripetersi di tanti eventi calamitosi vanno ricercati soprattutto nell’eccessiva artificializzazione dei territori fluviali e nell’occupazione delle aree di naturale esondazione, vedasi Megalò che nella ripresa dei lavori di questi giorni, trasmette tutto il dramma di una miopia che persevera e che rischia di portarci tutti sulla strada del non ritorno. 

Legambiente

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