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Pasqua 2019, la riflessione di don Michele Carlucci

| di Don Michele Carlucci
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Maria di Magdala, con intuito femminile, si reca al sepolcro, come presentendo che qualcosa doveva succedere. Era il giorno dopo quella tragica morte, alla quale aveva assistito mentre gli apostoli, da bravi uomini, si erano quasi totalmente dileguati, ad eccezione di Giovanni. Certamente, Maria aveva dentro di sé un tumulto di sentimenti; viveva, soprattutto, il contrasto, fortissimo, tra quella grande persona che Gesù era stato, tra quello che aveva detto a un’altra Maria, sorella di Lazzaro (Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà: Gv 11,25) e quella morte e sepoltura che sembrava avere definitivamente inghiottito anche Lui, Gesù. Tuttavia, quando si trova di fronte alla tomba aperta, neppure pensa che Gesù possa essere risorto ma, semplicemente, che qualcuno abbia profanato il sepolcro, aggiungendo un’ulteriore cattiveria ai tanti insulti scagliati contro quell’Uomo giusto; infliggendo un’altra, crudele sofferenza al cuore di sua madre e di coloro che gli erano rimasti, tra cui, appunto lei, Maria di Magdala. E allora corre a chiamare gli uomini perché, almeno adesso, facciano qualcosa. Anche dei due discepoli che corrono al sepolcro, solo uno, Giovanni, giunge a credere che Gesù sia risorto; eppure, entrambi hanno visto che il sepolcro era vuoto e i teli e le bende in cui era stato avvolto il corpo di Gesù stavano ben piegati (cfr Gv 20,7-8), cosa che nessun dissacratore avrebbe pensato, o avuto tempo, di fare. Ciò significa che non bastava quel fatto, constatabile, per riconoscere che Gesù era risorto; anzi, il racconto si conclude dicendo che i discepoli non avevano ancora capito (cfr Gv 20,9).

Quando cominceranno a capire? Quando Gesù si incontrerà con ciascuno di loro. Con Maria di Magdala, sempre nelle vicinanze del sepolcro (cfr Gv 20,11-18), quindi con Giovanni e con Pietro, sulle rive del lago dove essi erano tornati al loro vecchio mestiere a pescare (cfr Gv 21,3-7). Senza l’incontro personale non ci si può accorgere che Gesù è risorto, e quindi vivo. Come avviene con ogni persona, che possiamo conoscere solo se entriamo in rapporto con lei, parlando e condividendo insieme qualcosa reciprocamente, così non è la tomba vuota a “dimostrare” che Gesù è risorto, e quindi vivo, bensì solo il contatto che, ancor oggi, ognuno di noi può avere con Lui. Questa è la fede: non tanto accettazione che le cose siano andate come il Vangelo racconta, anche se non abbiamo visto; perché anche chi ha visto, come i discepoli, lo ha riconosciuto solo credendo. Credendo, dunque, affidandosi a Lui, entrando in rapporto personale con Lui. Se ci affidiamo a Gesù: alla sua guida, facendo ciò che Egli chiede; alla sua forza che ci sostiene laddove noi siamo deboli; se in Lui troviamo il coraggio di fare, o di accettare, quello che da solo neppure saremmo stati in grado di vivere, ciò significa che Egli agisce in ciascuno di noi. Se agisce è vivo; se è vivo, significa che veramente è risorto da quella morte e sepoltura che lo aveva catturato, ma non per sempre. Il giorno di Pasqua, dunque, per noi come per quei primi discepoli, è solo l’inizio; la tomba vuota è solo un punto di partenza. È la fede, ossia l’incontro personale con Gesù, che ci permette di vivere con Lui e, dunque, di riconoscerlo come il Vivente.

Ecco perché ogni anno, e ogni domenica, sempre di nuovo, celebriamo la Pasqua: non per ricordare un avvenimento, per quanto bello e lieto, ma per rinnovare la nostra adesione personale a Gesù. Adesione che non è mai piena e definitiva. Solo vivendo con Lui ogni momento e ogni situazione della nostra vita, possiamo sperimentare la sua presenza, adesso e qui; dunque, la sua risurrezione dai morti. Egli è e sarà con noi tutti i giorni, come ha promesso (cfr Mt 28,20); anche e soprattutto nei giorni più difficili; e soprattutto nell’ultimo giorno. Giorno di morte e di risurrezione, per noi come già per Lui. Un ultimo fondamentale aspetto che scaturisce dalla Pasqua è la missione universale. Anche nell’Antico Testamento è presente questo tema, ma sotto la forma dell’attesa; la risurrezione di Cristo, invece, rappresenta il compimento in atto della salvezza per tutte le genti. Gesù risorto rimane con e nella sua Chiesa per portare l’annuncio gioioso della salvezza a tutto il genere umano. Il Signore risorto non è partito, ma resta, cammina sulle strade del mondo con i suoi discepoli, mantenendo la promessa che il suo nome include: Emmanuele, il Dio-con-noi. Ecco dunque la fonte della gioia del discepolo. Il cristiano è ottimista: sa che l’ultima parola è quella dell’amore. Certo, anche il cristiano avverte la drammaticità della storia, l’urgenza dell’impegno, sente il peso della tentazione, conosce il rischio e la fragilità della libertà. Ma il vero discepolo sa anche che il Signore è risorto, che la morte è riscattata, che la nostra stessa libertà è nelle mani di Dio, che la salvezza viene da Dio. Per tutto questo il discepolo è sereno. 

Augurio: Seneca ha detto: “Affrettati a vivere bene e pensa che ogni giorno è in se stesso una vita”. Cristo è risorto! Pasqua è il trionfo della vita. Cristo “ha vinto la morte e ci ha aperto il passaggio alla vita eterna” (Colletta). Non ci può essere Pasqua se non ci impegniamo a vivere in pienezza la nostra vita. Davvero “ogni giorno è in se stesso una vita”. Attenzione, però, dobbiamo vivere bene! “Non amare né odiare la vita; ma quella che vivi, vivila bene!” (John Milton). Ce lo ha ricordato san Paolo: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, non quelle della terra” (Col 3,1). Quello che conta non è vivere, ma vivere bene. Perciò, “Vivi come desidererai di aver vissuto quando sarai sul letto di morte” (Christian Gellert). La vita è il dono più grande che Dio ci ha fatto. Il modo in cui la viviamo è il dono che noi facciamo a Dio.

Don Michele Carlucci

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