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Commento al vangelo del Giovedì Santo

| di Don Michele Carlucci
| Categoria: Religione | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Il Giovedì Santo è il grande portale d’ingresso al Triduo pasquale della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù. La memoria rituale della cena del Signore fornisce la chiave per entrare nel Triduo, suggerendo come interpretarlo e viverlo.

Celebrando il memoriale del gesto che Gesù pone alla vigilia della sua passione, la consegna del pane e del vino, la liturgia ci introduce nell’atteggiamento stesso in cui Gesù è andato incontro alla sua morte, dandole un senso diverso, secondo la volontà del Padre e non secondo quella degli uomini.

I gesti e le parole rivelano il modo in cui Gesù ha accettato la sua morte e più ancora il significato che, nella sua libertà obbediente e nel suo amore radicale “fino alla fine” (Gv 13,1), ha voluto conferirle. Se il racconto della passione racconta, quanto accadrà lungo la via della croce, il racconto della cena svela l’atteggiamento interiore con cui Gesù ha vissuto quel cammino.

Egli sa che è giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre, ma sa anche che il Padre ha posto tutto nelle sue mani. È consapevole degli avvenimenti tragici che si stanno profilando davanti a Lui, del destino che lo attende, di ciò che gli uomini, in primis uno degli apostoli, Giuda, stanno tramando contro di Lui; ma è altresì consapevole che tutto è stato messo dal Padre nelle sue mani: rimane dunque libero e Signore degli eventi.

Conosce la situazione, non è Lui a determinarla, sono altri a farlo; nello stesso tempo non la subisce. Negli eventi della passione sta per manifestarsi la volontà peccaminosa degli uomini; Gesù li vivrà per trasformarli in “luogo” in cui si manifesterà totalmente l’amore misericordioso del Padre. Con i gesti che compie e le parole che pronuncia durante questa cena Gesù anticipa quello che sta per accadere e gli dona un significato nuovo e diverso attraverso la consegna di se stesso nell’amore, in obbedienza libera all’amore stesso del Padre che consegna il Figlio. Il suo è, infatti, un corpo dato per noi, un sangue versato per noi e per la nostra salvezza.

È utile richiamare alla memoria il “comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato” (Gv 13,34), perché l’amore di Gesù giunge al suo compimento diventando questo “come”. Celebrare l’Eucaristia, quindi, significa accogliere il suo amore che diventa per noi un “come”, un “memoriale”.

Tutto ciò è molto esigente e ci trova inadempienti, non all’alleanza del dono ricevuto, bensì all’incapacità di accoglierlo e lasciarlo fruttificare in pienezza nella nostra vita. Possiamo però vivere il nostro limite e la nostra debolezza nella consapevolezza che il Signore torna sempre di nuovo a donare la sua vita per noi, perché il suo amore si compia in noi trasformandoci in sua memoria vivente.

Ogni volta che celebriamo l’eucaristia, è come se una porta si aprisse per introdurci nel “sentire” stesso con cui Gesù ha vissuto la sua Pasqua; dimorando in esso acconsentiamo che diventi il sentire stesso con cui vivere i nostri giorni, nella memoria grata e nell’attesa confidente del suo giorno.

Foto in copertina: quadro di un pittore contemporaneo Ulisse Sartini

 

Don Michele Carlucci

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