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Commento al vangelo del Venerdì Santo

| di Don Michele Carlucci
| Categoria: Religione | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Oggi tutto è adorazione e silenzio, si sente solo un pianto: quello di Dio. Sì, Dio piange con la sconsolatezza che si abbatte su chi vede suo Figlio nelle mani di uomini pieni di odio e di ingiustizia. Ascoltiamo il pianto di Dio che si rivolge a noi con parole sconvolgenti. “Popolo mio, che male ti ho fatto, perché tu mi mettessi in croce? In che ti ho provocato?

Dammi risposta! Io ho aperto davanti a te il mare, e tu mi hai aperto con la lancia il costato. Io ti ho fatto una strada con la nube, e tu mi hai condotto al pretorio di Pilato. Io ti ho dissetato dalla rupe con l’acqua di salvezza, e tu mi hai dissetato con fiele e aceto. Io ti ho posto in mano uno scettro regale, e tu hai posto sul mio capo una corona di spine”. Il Signore termina: “Che altro avrei dovuto fare e non ti ho fatto?”. Questo pianto, tante volte è inascoltato.

Presi come siamo da noi stessi, non lo sentiamo. Ecco perché la nostra vita è, spesso, così arida e sciocca. Ognuno sembra come rinchiuso nel versare le lacrime solo su se stesso, sui propri guai, sul proprio destino. E versa lacrime di dolore che restano sterili perché richiuso in se stesso. Lacrime che non permettono di guardare oltre i propri sentimenti e le proprie angosce, che non arrivano a scoprire la fonte di ogni benedizione: l’amore che salva. Quel giorno, come oggi, Gesù, chinato il capo, spirò. Forse a Gerusalemme non si parlava d’altro: la morte di questo singolare profeta doveva essere senza dubbio una notizia.

Eppure chi troviamo presso la croce, a soffrire con Lui e per Lui, mentre Egli soffriva per noi e a causa nostra? Molti lo maledicevano e lo schernivano, lo insultavano. Altri, si limitavano a una commiserazione sterile. Moriva per gli uomini, e aveva accanto a se soltanto un piccolo gruppo di persone che prendevano atto del suo amore, o restavano sgomenti per una fine così ingiusta come crudele. Il dramma di quel giorno continua ancora: il Signore, che ha donato la sua vita per noi, non è amato. “Popolo mio che male ti ho fatto?”, ripete Gesù dalla croce. Questo lamento scende oggi dalla croce per ciascuno di noi.

Chi di noi può dire di avere aiutato il Signore a portare la croce? Non quella nostra, s’intende, ma la sua? Allora requisirono un certo Simone di Cirene. È sempre il povero che porta la croce, allora come oggi. Essa finisce sulle spalle dei deboli. E, nonostante tutto, Gesù non lo abbandona quando arrivato sul Golgota, è crocefisso. Non fugge, né la sfugge. Non ascolta gli inviti a salvare se stesso ed essere risparmiato da una violenza così crudele, accompagnata da sofferenze e solitudine.

Gesù non scende dalla croce perché essa è il trono del re dell’universo, che si è incarnato in un’umanità bisognosa dell’amore più straordinario, capace di rompere le catene dell’orgoglio e della violenza. Gesù non scende dalla croce perché è venuto “per dare testimonianza della verità” (Gv 18,37), e la verità è di un Dio che non si è dimenticato degli uomini, ma ha voluto prendere su di sé il peccato del mondo. Gesù non scende dalla croce perché Lui stesso è “la verità” (Gv 14,6), incorpora in sé, nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi gesti, la verità del Vangelo, che è salvezza per tutti. Gesù ha fatto della croce uno strumento di perdono e di alleanza definitiva tra Dio e l’umanità. Nella croce non c’é menzogna né furbizia, non c’é avarizia né invidia, non ci sono disprezzo dell’altro né della vita.

La croce è misericordia, perciò ci sono lacrime da versare, perché l’amore di Dio dissolve qualsiasi forma di amore per se stesso. Il Venerdì santo è il giorno della contemplazione del Re che regna dalla croce, che è diventata la verità più nobile della storia umana. Pasqua è pronta. L’Agnello sgozzato diventerà l’Agnello che vive per sempre. La salvezza inizia da qui: chi si pente guardando la croce diventa consapevole di essere perdonato dalla misericordia infinita.

 

Don Michele Carlucci

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