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Commento al vangelo del Corpus Domini

| di Don Raimondo Artese
| Categoria: Religione | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Dal Vangelo secondo Giovanni  (6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

L'apostolo Giovanni ha descritto nel Vangelo una grande folla che in Galilea seguiva Gesù, affascinata, "perché vedeva i segni che compiva sugli infermi" (Gv 6,2). Affascinata al punto che non si era portata dietro qualcosa da mangiare. Gesù da loro da mangiare. Ma cosa succede che Gesù finché spiega il suo messaggio di pace e di fratellanza universale, non fanno troppa fatica ad accettarlo. Ma quando, come nel vangelo di oggi, preannuncia che ci darà la sua carne da mangiare, allora non capiscono, si tirano indietro, si scandalizzano. Forse anche noi avremmo fatto la stessa cosa.

Gesù, quando usa la parola carne, non parla soltanto una parte del corpo, ma la sua stessa persona, nella sua umanità e nella sua divinità, come un tutto. E il fatto, che questo annuncio sia al futuro, vuol dire che solo dopo che Gesù è resuscitato ed è diventato spirito vivificante, può effettivamente darsi a noi come nostro cibo. Ciò non toglie che Gesù, parlando di darci da mangiare la sua carne, di darci da mangiare se stesso, abbia scelto di utilizzare un linguaggio forte. Effettivamente nell'Eucarestia è Gesù stesso che riceviamo, è lui stesso che si fa nostro cibo.

Gesù sa che per la nostra salvezza non basta la sua sola istruzione, ma è necessario che si dia anche a noi come cibo. Se per salvarci fosse stato sufficiente un messaggio, questo il Signore lo avrebbe potuto fare attraverso un profeta, come nell'Antico Testamento.

Il cristianesimo non è un messaggio, una dottrina o, peggio ancora, un sistema etico. Eppure questa tentazione percorre tutta la storia cristiana fin dalle origini. Vi vediamo incappare già coloro che seguono Gesù, nel vangelo di oggi, come tante volte vi incappiamo anche noi.

Per questo è sceso lui stesso dal cielo. Per questo si è fatto ‘carne'. Proprio perché non bastava la sola parola per salvarci. Avevamo bisogno di entrare in una unione con lui, non solo unione morale, ma fisica, diventando con lui un solo corpo.

Qui siamo a misura di accedere al vero senso della solennità che celebriamo oggi: il Corpo e il Sangue di Cristo.

Parliamo giustamente di fare la comunione per indicare che ricevendo il corpo di Cristo entriamo in una comune-unione: ciascuno di noi si unisce a Cristo e diventa così un solo corpo lui e quindi con gli altri. Dio si dà come cibo perché l'assemblea, la Chiesa stessa, diventi suo Corpo.

L'eucarestia non è qualcosa che riceviamo, ma in cui entriamo. Abbiamo l'impressione di ricevere Gesù, ma in realtà è lui che ci riceve. Così, proclamare la nostra fede nella sua presenza nel pane e nel vino, attraverso le nostre genuflessioni e le nostre processioni, non servirebbe a nulla se non “venerassimo” il vero corpo di Cristo che è la nostra comunità, che è ognuno dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

La festa del corpo e del sangue di Cristo ci provoca soprattutto nella nostra capacità di accettare la grandezza del dono di Dio. Quando qualcuno ci fa un dono, se esso è troppo grande, possiamo tentare di avere paura, possiamo temere di non riuscire mai a corrispondere a tale dono. Con Dio però non dobbiamo temere: è proprio il dono che Dio ci fa a permetterci di donarci a lui e ai fratelli. Il corpo di Cristo che riceviamo, è una realtà viva, in movimento, che ci trasporta verso Dio e gli uni verso degli altri. Dall'eucaristia allora dobbiamo semplicemente lasciarci trasportare, lasciarci condurre in Cristo e attraverso Cristo verso il Padre e verso il nostro prossimo.

Dobbiamo imparare dai bambini:

Una nonna chiese al nipotino che frequentava il catechismo: "Che regalo vuoi per la tua prima comunione?". E lui: "Ma io voglio Gesù".

E io cosa voglio?

Non dire che non ne sei degno. È vero, non ne sei degno, ma ne hai bisogno. (Santo Curato d'Ars)

 

Don Raimondo Artese

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