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Gesù è il seme, chicco di grano caduto in terra che continua a produrre frutti

| di Don Andrea Manzone
| Categoria: Religione | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Le letture di oggi ci aprono direttamente alla Grande Settimana Santa che troverà il suo avvio tra una settimana nella lettura della Passione secondo Marco. In che modo? Gesù, dopo l’episodio della risurrezione di Lazzaro e della professione di fede di sua sorella Marta (Gv 11) entra finalmente a Gerusalemme, azione che avrebbe potuto dare adito a spiacevoli equivoci politici e sociali. Si presentano infatti alcuni greci (i quali con ogni probabilità seguivano la Legge senza essere circoncisi) con una richiesta esplicita: «Vogliamo vedere Gesù». Chi non ha mai avuto questo nobile desiderio, di contemplare il Figlio di Dio faccia a faccia! Ma questo “vedere” può essere un’azione ambigua: c’è un vedere nel profondo, ma anche un vedere superficiale, curioso. Il verbo che qui usa Giovanni vuole indicare quasi un vedere in profondità, la contemplazione di una realtà più profonda dell’apparenza.

Filippo e Andrea (si notino i nomi di origine greca) lì conducono da Gesù, questi si mostra dunque per ciò che effettivamente è: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Sembra di risentire Paolo che ai Corinzi scrive: “Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,22-24). Gesù non fa prodigi, non parla con sapienza: Egli è seme, chicco di grano caduto in terra. L’immagine del chicco di grano è potente: richiama l’esperienza del contadino il quale, al momento opportuno, prende le sue riserve e le getta sperando che diano il loro frutto. Per ricavare l’agognato frutto, il seme deve compiere due operazioni: cadere per terra e morire. Assoggettarsi ad essere calpestati, attaccati nel proprio guscio, perdere qualcosa con la speranza (non la certezza!) di dare frutto…questo ha fatto Gesù, questo chiede di fare a noi che, vivendo in lui, moriamo giorno dopo giorno dopo quella grande morte che è stata il nostro battesimo.

La parabola del chicco di grano caduto in terra che deve morire per dare frutto rappresenta dunque, più che un pio racconto o paragone, piuttosto una regola di vita. L’uomo vecchio, per dirla con San Paolo, non comprende come si possa vivere perdendo la propria vita. Eppure è questa l’esperienza che fanno i figli di Dio, i risorti in Cristo e, potremmo dire, la Chiesa tutta. Quando la comunità dei fedeli vive seguendo questa regola essa porta frutto abbondante di vita eterna. Pensiamo alla nota frase di Tertulliano, uno scrittore del III sec. : “Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani”. È paradossalmente così: proprio quando la vita ha manifestato la Vita in Cristo essa ha dato frutto; quando la logica del mondo (l’affermazione, il successo, la prevaricazione) ha dominato (e forse domina tuttora?) l’azione ecclesiale e personale dei cristiani viviamo la sterilità del seme ben riposto nel sacchetto, non caduto, non morto ma terribilmente solo e sterile.

Don Andrea Manzone

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