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La missione parte in primis nella quotidianità, lì dove ci troviamo

| di Don Andrea Manzone
| Categoria: Religione | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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In questa domenica di metà estate, siamo chiamati a riflettere sul tema della missione. Gesù infatti nel vangelo chiama i suoi a sé e lì invia. Notiamo immediatamente che il vangelo non riporta cosa i discepoli debbano dire, ma soprattutto come debbano essere. Un particolare che questa domenica ci pone innanzi è il fatto che Gesù manda i suoi due a due.

In una logica di marketing, conveniva forse inviare i Dodici in dodici luoghi diversi, piuttosto che in sei luoghi due a due. Tuttavia dietro c’è una logica che, per certi versi, è la vera missione.

La prima missione infatti è la nostra comunione. I discepoli, cioè, oltre ad essere credenti dovranno essere credibili, ossia far trasparire dal loro modo di essere il messaggio che desiderano trasmettere. Sarà il loro “fare” ad essere il loro “dire”, e questo fare non può che essere la comunione, ossia la vita nuova trasmessa dalla vicinanza con il Cristo. E questa comunione si estende alle persone toccate dall’annuncio; i missionari sono tra le case, tra la gente, creano relazioni con loro (“Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì”). 

La vita nuova allora traspare anche nel bagaglio del missionario, che sarà molto scarno; egli porterà con sé solo il bastone (il riferimento a Mosè è evidente: il bastone è lo strumento di cui Dio si servirà per operare i suoi prodigi) e non porterà una doppia veste (non ci sarà ambiguità in lui, essendo la veste segno di ciò che siamo) e nemmeno denaro o bisaccia. Aldilà dei risvolti pauperistici di questo vangelo (e questo sarebbe un grave riduzionismo) emerge un dato inconfutabile: il discepolo missionario con sé non porta nulla perché non da nulla. Se provassimo poco poco a cambiare prospettiva vedremmo come coloro che ricevono l’annuncio non ne guadagneranno nulla, poiché chi va da loro non possiede altro che il potere di scacciare gli spiriti impuri, cioè il potere di guarire i cuori (facendo una battuta potremmo dire: e scusate se è poco!). 

In conclusione, è bello notare come nella prima lettura, la vocazione raggiunge Amos nel momento in cui sta lavorando; è un messaggio per noi: la missione parte in primis dal nostro luogo di lavoro, dalla nostra occupazione quotidiana, in cui siamo chiamati a dire la parola di Dio innanzitutto con la nostra vita, da cui traspare la vita nuova della comunione.

Un cristiano che sul luogo di lavoro cessa di essere tale, o che è incompetente in ciò che fa, o che non viva la comunione può essere certamente credente, ma non sarà sicuramente credibile.

Don Andrea Manzone

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