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Prepararsi al natale. Cosa ci viene chiesto: Gioia e conversione

Commento al vangelo

| di Don Raimondo Artese
| Categoria: Religione | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».

Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».

Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo. (Lc 3,10-18)

 


Giovanni sta nel deserto a battezzare e a predicare la “conversione”, le persone che vanno da lui si sentono chiamate a cambiare il loro stile e chiedono: «Che cosa dobbiamo fare?».

È la domanda centrale del Vangelo di questa domenica: in che modo posso tradurre il cambiamento nella mia vita?

Fa impressione ascoltare le risposte di Giovanni: ha davanti persone che facevano mestieri sconvenienti (commercianti che rubavano, esattori delle tasse, soldati, gente legata con il potere imperiale), eppure non chiede loro di cambiare mestiere; chiede piuttosto di fare in modo onesto ciò che già fanno.

Inoltre, non chiede preghiere, digiuni, novene, cose "religiose" (come i Sacerdoti e i dottori della Legge); la sua richiesta tocca la loro vita concreta, il loro agire, poiché ciò che deve cambiare è la pratica.

Essere discepoli è dunque qualcosa che si fanno in pratica, con l'agire, le scelte di tutti i giorni. Non bisogna uscire dal mondo, ma viverne l'appartenenza in modo limpido. É sempre forte la tentazione di dividere ciò che è religioso e ciò che è vita, affidando alla preghiera il nostro essere vicini a Dio senza che ciò porti cambiamenti reali in noi. Contro tale tentazione, le indicazioni del Battista sono una parola “preziosa”. Giovanni dice che ciò che prepara la via al Signore è praticare la giustizia, fatta di condivisione, accontentandosi di ciò che è giusto, senza usare violenza sui deboli.

Alla folla viene chiesto di condividere: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha. Chi ha il coraggio di farlo? Soprattutto: che giustizia è questa? Se una cosa è mia, perché dovrei darla a chi non ne ha? Con tale richiesta, il Vangelo vuole che impariamo ad alzare lo sguardo da noi agli altri. La condivisione è una scelta che nasce in noi quando ci accorgiamo che le persone sono più importanti delle cose. Finché uno guarda solo a sé, non avrà mai abbastanza, vivrà sempre nella lamentela. Se invece alza lo sguardo, comincerà a sentire che esse possono essere più importanti delle proprie – pur legittime – cose.

Agli esattori delle tasse dice di non richiedere più di quanto è stato fissato. Tecnicamente, li invita a non pretendere tangenti. La vita di ciascuno ha limiti dettati dalle scelte personali, derivanti dal vivere insieme, legati alla condizione personale. Tali Limiti si scontrano con la “fame di avere di più” che c'è in noi. Questi esattori potevano chiedere più del dovuto, "oltre i limiti". Così è per noi: a volte questa logica porta a fare le cose sottobanco, pur sapendo che sono sbagliate; più spesso si traduce nell'esercitare ogni giorno una pretesa sugli altri, camuffandola in tanti modi. Ciò che non possiamo dire apertamente, spesso nasconde una riserva di "tangenti" che chiediamo alla vita.

Vengono pubblicani e soldati: e noi che cosa faremo? Semplicemente la giustizia: non prendete, non estorcete, non fate violenza, siate giusti. L'indicazione fa pensare che c'è una violenza molto facile: è quella contro le persone più fragili, preda dei nostri giudizi, della nostra indifferenza. Fare giustizia è imparare l'attenzione verso queste persone, per non trovarsi a calpestare qualcuno senza rendersene conto.

Con Giovanni inizia quel cambiamento che poi si completa in Gesù. Non essere più legati alle prescrizioni, ma vivere la logica dell’essere figli di Dio vivendo, come Lui, l'amore che è dono, condivisione e accettazione dell'altro, non vivendo di formalismi, ma vivere la gioia. Diventiamo profeti, per quanto piccoli, e riprendiamo a raccontare, anche noi, di un Dio che danza attorno ad ogni creatura, dicendo: tu mi fai felice.

Grazie, Signore, perché vuoi che anche noi siamo “matita nelle tue mani” per essere segno nel mondo di oggi e poter aprire il nostro cuore ad accogliere la tua venuta in mezzo a noi.

Don Raimondo Artese

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