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Gesù siede davanti a una gran folla che attende una parola forte: "Beati voi poveri"

Commento al vangelo

| di Don Andrea Manzone
| Categoria: Religione | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Durante l’anno liturgico è frequente incontrare più volte la pagina biblica delle beatitudini; questa domenica ascolteremo la versione più asciutta ma forse più “viva” di Luca.

Una versione abbreviata, solo 4 beatitudini, ma anche estesa con altri 4 “guai!”, letteralmente “Ahimè” che Gesù consegna alla folla che lo ascolta. L’ingresso del vangelo è solenne; Gesù siede in un luogo pianeggiante, davanti ai suoi discepoli e alla folla convenuta da diversi luoghi della Palestina. Tutti attendono da lui una parola forte, che li scuota e che li istruisca.

È un’occasione ghiotta anche per Gesù, è il momento di maggiore ascolto, di maggior successo per lui. Stupisce allora che Gesù apra la bocca per proclamare una parola che, se secoli e secoli di ascolto passivo della Parola di Dio non ci avessero assuefatto e abituato, ci lascerebbe di stucco, forse ci indignerebbe: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno dei cieli”.

Sparisce anche quell’addolcimento della versione di Matteo (“poveri in spirito”) che potrebbe aprire ad una lettura un po’ più spirituale. Ad una prima lettura queste parole potrebbero essere addirittura offensive: che senso ha canonizzare una condizione così avvilente ed umiliante come quella dei poveri? Gesù forse desidera che rimaniamo sempre nell’indigenza e nel bisogno? E, guardando il primo “guai”, i ricchi sono forse maledetti?

Nulla di tutto ciò ovviamente. Questa domenica allora abbiamo una buona occasione per approfondire cosa significhi essere poveri secondo il Vangelo, e secondo Gesù. La povertà di cui parla Gesù più che uno stato è un atteggiamento di vita ben riconosciuto. Il greco usa una parola che in italiano potremmo rendere con “pitocchi”, che normalmente significa sciocchi, semplici, non adatti alla vita di mondo.

Il povero nella Scrittura è colui che pur avendo da vivere non compirà mai la scalata sociale fino alla ricchezza, non sarà mai del tutto indipendente, non vivrà mai al di sopra di qualcuno; il povero vive di generosità, di prossimità, ha nel suo DNA la condivisione, l’affidamento, la speranza.

I poveri sono coloro che non possiedono nulla perché già possiedono il Regno di Dio. E scusate se è poco.

Al discepolo di Gesù, destinatario del Vangelo di Luca, in quel Teofilo in cui tutti siamo significati, il Maestro raccomanda un atteggiamento che è difficile imitare o simulare: la piccolezza vissuta nella speranza. Come scrisse una santa che della piccolezza fece la sua via al cielo, S. Teresa di Gesù Bambino:

“Ciò che al buon Dio piace nella mia anima è il vedermi amare la piccolezza e la mia povertà, è la speranza cieca che io nutro nella sua misericordia”.

Don Andrea Manzone

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