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I racconti di Angiolina: gli oggetti narratori del passato

Chi vuol essere lieto sia, se della sua memoria nel domani, con la Giostra, vuol certezza

| di Angiolina Balduzzi
| Categoria: Tradizioni | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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La giostra della memoria è un vero e proprio patrimonio culturale, antropologico, demologico, materiale, che racconta la vita vissuta dai nostri contadini, artigiani, benestanti, poveri, ricchi, ignoranti ed acculturati religiosi e finti religiosi, generosi e mecenati.

Oltre l'appariscente struttura fatta di case assemblate, è una battaglia che dura 30 anni in cui si continua a fatica con sudore d'estate e freddo d'inverno, con l'illusione di arrivare a dimostrare la sua caratura turistica storica culturale e didattica, a invitare scuole ed imprese, a sostenere un peso economico che, ovviamente, non si prende sempre in dovuta considerazione. Nei secoli passati l'arte e la diffusione della cultura letteraria, in tutte le sue tipicità, hanno avuto voce in capitolo grazie ai mecenati, che pertanto sono rimasti in tal modo famosi.

I musei, in America soprattutto, hanno un crescente successo e funzionano, perché tanti sono i filantropi e coloro che sentono l'esigenza di lasciare il loro segno esistenziale con grande desiderio, aiutandoli e sostenendoli. Mentre la burocrazia statale non sempre trova la strada giusta per farlo e tanta pazienza occorre, se si crede nel futuro senza fine, gli oggetti che continueranno nei secoli a raccontare le loro storie con i loro protagonisti le loro idee e le loro credenze il loro immaginario collettivo indispensabile per alleggerire il peso della vita reale che terminerebbe con la morte.

Il telaio anche se fermo continua a tessere le trame di fili bianchi grezzi e colorati scaturiti da semi e piante di cotone e di lino filatoi e filarelli, con occhi e andirivieni rumorosi spinte dalle mani femminili con una fatica assurda ma accettata come un gioco soprannaturale prestigioso che per incantesimo crea la preziosa dote fatta di lenzuola asciugamani federe camicie da notte da giorno mutande mutandoni che hanno assorbito sudore di intere esistenze lavorative sotto le querce dentro le pigne con l'aratro la zappa il tridente il contadino nelle sue stanze della giostra è sempre presente a ricordare ai visitatori i suoi raccolti magri di grandine e ricchi di Sole “trebbiati, arati, potati, foddati e concimati”.

Una falce appesa al muro non dimentica le sue infinite spighe di grano abbondanti sotto il solleone che le osserva mentre ascolta disturbata dalle cicale e continuano a voler essere le sole vere protagoniste dell'estate. I crivelli sono tanti, perché tanti sono stati legumi smistati e insaccati, per le bestie e le persone, nelle stalle attaccate alle cucine alle cucine dov'è il fuoco era sempre acceso, anche se spento dalla fatica e dalla povertà.

Gli sguardi assonnati, fissano i pezzi di legno e di rami secchi scoppiettanti, nei versi delle poesie che anche gli analfabeti sapevano ripetere a memoria, saltando le parole come quando si recitava il rosario in latino approssimativo, ma ugualmente terapeutico per la mente ed il cuore.

Ogni oggetto vuole sentirsi protagonista, e quando lo si prende per mostrarlo ai visitatori, ognuno si imposta, come diceva mia nonna Vitalina, ed ascolta le sue imprese quotidiane di acqua e farina di fagioli e cotiche, di pignate allora borbottanti fino a quando non si spegneva il fuoco. E la cenere? No, non la si butta, se se c'è chi deve fare il bucato e vuole usarla come “liscivia” disinfettante e sbiancante.

Il cane, il gatto e l'asino insieme? Certo se si vuole ricordare il tempo in cui la stalla e la casa comunicavano senza che la porta le separasse. All'alba il padrone dell'asino, anche se non lo era della terra andava ad “rannare”. Nascosti gli oggetti nelle stanze della giostra, sono per le persone che si trovano fuori di essa, e non hanno la curiosità di visitarla, ma, per i visitatori, essi sono parlanti, emozionanti, fanno ridere, fanno piangere, fanno innamorare, come le frasi d'amore ricamate sulle lenzuola di tela tessuta al telaio che ricoprivano anche sei persone, tre sopra in cima a letto e tre sotto a piedi senza cuscini, e sui materassi ripieni di fruscie secche di granturco, oppure di lana di pecora che ogni anno si doveva riammorbidire con le mani. Mia nonna Vitalina prima di addormentarsi con noi nel suo lettone ci faceva recitare una preghiera che ho sempre ripetuta senza capirne il vero significato, perché lei, che non sapeva né leggere né scrivere, pronunciava le parole storpiate, ed esse, ancora oggi, riecheggiano nelle mie orecchie: 
"Me caluque a stu lette tre angeli  m aspett tre angeli d die Gesù creste me è padre la madonne me è madre  San Giuseppe me è  parente puzza durme' securamend".

 

 

Angiolina Balduzzi

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