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Quando i bambini facevano... OJJJE!!!

Arrivavano certe bacchettate sulle mani!!!

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Arrivavano certe bacchettate sulle mani!!! Alcuni scolari, per alleviare il dolore, già alla prima bacchettata si mettevano la mano colpita tra le gambe, altri ci soffiavano sopra. Spesso era solo l’inizio del supplizio perchè il maestro, per niente impietosito, doveva completare il suo ciclo mentale di bacchettate che aveva stabilito per pena. Altre volte, invece, all’improvviso, da dietro le spalle, a tradimento, il maestro, tirava a qualche alunno le orecchie che parevano elasticizzarsi sino al soffitto, per poi tornare, lasciata la presa, al loro posto, restando rosse per ore intere.

Dopo 4 mesi di vacanza era dura, sopratutto per i maschietti, compreso me,  prendere la “balisciatte” (la cartella), rimettersi il grembiule e colletto bianco e tornare a sedere sui banchi di scuola dove c’era il maestro e sopratutto la sua bacchetta ad attenderli. Le scolare invece, che frequentavano rigorosamente classi solo femminili in cui vi era la maestra, vivevano il ritorno a scuola con maggiore predisposizione al dovere rispetto a noi maschietti, frequentando con più diligenza e migliori risultati.

Per i maschietti, invece era un pò diverso.

Erano gli anni in cui era ancora molto diffuso l’analfabetismo e gli scolari, la gran parte figli di gente che sapeva a malapena mettere la propria firma su un foglio, percepivano l’ambiente scolastico come un luogo ostile, come una specie di "prigione" in cui era obbligatorio andare perchè così volevano gli adulti. La scuola dell’obbligo, che bisognava frequentare almeno fino a quattordici anni  (se qualcuno non frequentava la scuola arrivavano i carabinieri a casa con il rischio di andare a finire in casa di correzione), era la meta massima che molte famiglie si prefiggevano per la cultura dei  propri figli. Dopo la scuola dell'obbligo, sopratutto a causa degli scarsi mezzi economici a disposizione, era normale per molti ragazzi e ragazze abbandonare gli studi per intraprendere i lavori nei campi o imparare l'arte nelle botteghe artigiane (javene a lu muastre o a la mastre).

I maestri elementari dell’epoca, che erano delle vere autorità paesane, cercavano di insegnarci a scrivere, a saper far di conto, a farci apprendere la storia, la geografia, e sopratutto, ad inculcarci il senso civico e del dovere; ma era un’impresa ardua: eravamo un pò tutti dei Pinocchio che sognavamo  il paese dei balocchi. 

La soluzione, quando lo scopo non lo si raggiungeva con i metodi d’insegnamento tradizionali, diveniva quindi il castigo dell’alunno,  la punizione del “somaro”, in ginocchio dietro la lavagna, un sonoro ceffone ed  immancabilmente qualche bacchettata sulle mani. 

Tra i vari castighi era però la bacchetta, il vero simbolo della punizione, lo strumento principe di "tortura" più usuale e quindi anche il più temuto dagli scolari. Parcheggiata lì, sulla cattedra, come una normale stecca di legno senz’anima, di colpo, allo scatto d'ira del maestro, prendeva anima e corpo per umiliare dolorosamente dinanzi a tutti  il  "somaro". 

Insomma alla bacchetta era demandato il compito di coadiuvare l’insegnante nell’educazione e nell’erudizione  scolastica dell’alunno, il quale era conscio che prima o poi avrebbe fatto l’incontro con quel mezzo punitivo, che era parte integrante dell’arredo scolastico. 

Anzi erano gli stessi genitori ad invogliare i maestri a bacchettare i propri figli, istituzionalizzando in un certo qual modo il suo uso. Era frequente infatti vedere qualche padre che recandosi a scuola per informarsi sull’andamento scolastico della propria prole e ricevendo dal maestro un giudizio non proprio lusinghiero, dapprima lanciava al figlio uno sguardo feroce dicendogli “gnarvi’ a la case!!!” (come torni a casa!) a significare che al ritorno a casa avrebbe ricevuto “na puche de cintrinanne” (colpi dati a mò di frusta con la cintura dei pantaloni), e poi aggiungeva: “Signore Maje’! Daje a quesse!!” (Signor maestro, non faccia complimenti! Lo riempia pure di botte mio figlio!).

“Mazze e panille fanne le feje bbille” (botte e pani fanno i figli sani), diceva un antico proverbio delle nostre parti e questa era la mentalità diffusa e ricorrente nelle nostre famiglie.  

Spesso mi sono chiesto se l'uso di queste punizioni, a scuola, sia stato un bene o un male per le passate generazioni di scolari.  Ognuno giudichi secondo la sua personale convinzione.

Devo però ammettere, a distanza di più di mezzo secolo, che certamente i nostri genitori ed i maestri di quel tempo sono riusciti ad inculcarci il rispetto delle regole, del prossimo e sopratutto il senso dell’educazione civica, materia il cui studio era obbligatorio nelle scuole.

Oggi per fortuna delle nuove generazioni  le cose sono cambiate.

I nostri figli ed i nostri nipoti vanno a scuola con l’automobile, accompagnati premurosamente dai genitori e dai nonni. Non hanno più la “balisciatte” piena di libri, ma zaini costosi e firmati tra cui abbondano oltre che i libri, altrettando costosi smartphones, tablet, figurine, merendine e chi ne ha più ne metta.

Le metodologie scolastiche sono moderne ed è moderno anche il modo di educare i nostri figli. Vi sono psicologi e specialisti che coadiuvano l’insegnante per aiutare gli alunni in difficoltà. Guai se un insegnante non comprende un alunno! Succede il finimondo.

La bacchetta è solo un agrodolce ricordo di un tempo che fu.

Io, però, rimetterei obbligatoriamente nelle scuole,  lo studio VERO dell’educazione civica.

                                                                                             

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