Desta stupore la fretta con cui l¹Amministrazione comunale di San Salvo ha
deciso di alienare le terre demaniali delle Motticce, Marinelle, Prato e
Saletto. Una fretta probabilmente dettata anche dalla volontà di chiudere la
partita in maniera indolore, in assenza cioè di un dibattito autentico e
partecipato; e sicuramente favorita da un silenzio pressoché totale sul tema
da parte di politici, intellettuali e opinione pubblica più in generale.
La motivazione ufficialmente addotta per la ''legittimazione e
l'affrancatura'' di quei terreni (in altri termini la loro vendita) è infatti
una non meglio spiegata volontà di ''risolvere i numerosi problemi dei
possessori dei terreni in ordine alla possibilità di finanziamento di nuovi
impianti e del miglioramento delle colture. Nel periodo in cui il Comune
era riuscito finalmente a recuperare 25 ettari del Prato e delle Marinelle
abusivamente occupati da privati, in una interpellanza al Consiglio comunale
del 15 febbraio 2000, il sottoscritto aveva chiesto all¹allora sindaco quale
fosse l'intendimento dell'Amministrazione comunale sulle terre di uso
civico; ottenendo in risposta che l'obiettivo dell'Amministrazione
consisteva nella loro liquidazione, seppure con il fine di agevolare i
coltivatori di quei terreni e di mantenervi la destinazione d'uso agricolo.
Adesso che in sostanza siamo arrivati al termine di tale iter, ci
permettiamo di riproporre le perplessità di allora con l'aggiunta di quelle
di oggi.
1) Se prendiamo ad esempio i terreni delle Motticce, assegnati nel 1957 dopo
le lotte del 1950 (che per poco non terminarono nel sangue, come accadde a
Lentella, e che dalla sinistra sono sempre state ricordate come un evento
mitico, non solo dal punto di vista ''sindacale'' ma soprattutto sociale e
culturale, cioè come la rivolta del proletariato delle campagne contro gli
apparati dello stato condizionati dai latifondisti), il principio con cui
vennero ripartiti e affittati (inizialmente in 133 lotti) fu quello di
consentire ai contadini poveri o ai braccianti nullatenenti di poter
disporre finalmente di un pezzo di terra da coltivare in proprio.
In seguito, come tutti sanno, le cose sono cambiate: alcuni dei beneficiari
delle quote sono emigrati o hanno cambiato mestiere, altri sono morti e
hanno lasciato il terreno ai figli (non sempre coltivatori): il tutto in
assenza di controllo da parte del Comune di San Salvo, che in 48 anni
evidentemente non ha mai seriamente verificato o aggiornato lo stato delle
assegnazioni (per impedire la cessione privatistica e arbitraria di quei
terreni).
2) E' vero che la legislazione dello Stato italiano (la Legge 1766/1927 e
successivo regolamento) permette la vendita di quote dei demani civici; ma è
anche vero che la condiziona all¹interesse delle popolazioni proprietarie e
non degli enti gestori. Così è altrettanto vero che la legislazione della
Regione Abruzzo consente l'alienazione dei demani; ma anch'essa non senza
motivazioni.
La Legge Regionale 3 marzo 1988, n. 25, ad esempio, dopo aver affermato che
''sono considerate civiche le terre assegnate in proprietà collettiva alla
generalità dei cittadini'', precisa che ''per la concessione delle
legittimazioni [...] deve farsi riferimento agli interessi della popolazione
utente e alle esigenze di tutela ambientale'' (art. 5). Quanto alla Legge
Regionale 12 gennaio 1998, n. 3, e alla Legge Regionale 14 settembre 1999,
n. 68, esse apportano solo modifiche e integrazioni alla legge del 1988, ma
ribadiscono che ''la Giunta Regionale può autorizzare l'alienazione dei suoli
civici solo ove questa si configuri come necessaria per la utilizzazione
prevista''.
3) Circa la questione della ''tutela ambientale'', non va infine dimenticato
che nel demanio Motticce si trovano ancora due discariche dismesse: una per
rifiuti speciali, tossici e nocivi; e l'ex discarica comunale, ancora non
bonificata (nonostante una delibera del Consiglio comunale che impegnava
l'Amministrazione). Gravitante sul Prato c'è poi la discarica per rifiuti
speciali della SAPI. Ci chiediamo: come si fa ad alienare i terreni
confinanti a questi mega-impianti senza porsi alcun problema sui rischi che
ne derivano, senza predisporre non solo una bonifica dei medesimi ma anche
(come già chiesto) una fascia di verde che isoli i suoli inquinati?
In conclusione, se l¹Amministrazione comunale di San Salvo, con l'avallo
della Regione Abruzzo, liquiderà tutti i demani di cui dispone (per circa
350 ettari, poco meno di un quinto dell'intero territorio comunale), è
chiaro che:
a) non lo farà con il principio con cui vennero quotizzate le terre delle
Motticce nel 1957;
b) ne ricaverà una misera somma (circa un milione di euro) che verrebbe
spesa per l'ennesima opera pubblica;
c) e, in prospettiva, non potrà nemmeno garantire sul mantenimento della
destinazione d¹uso dei terreni, considerando la facilità con cui si
modificano e rinnovano oggi i piani regolatori e si mutano le destinazioni
d'uso.
Il paradosso è che è stato proprio il vincolo demaniale a mantenere quelle
terre all'uso agricolo. L¹espansione urbana di San Salvo e di tutta la
fascia costiera, la vicinanza delle terre demaniali alle aree industriali di
San Salvo e Montenero e ai servizi della fascia costiera potrebbe quindi
facilmente indurre le future amministrazioni a modificarne l'uso. Ma c'è un
altro elemento da considerare: che cioè la proposta dell¹Amministrazione
comunale di San Salvo non poggia su nessun progetto particolare: né la
costituzione di una cooperativa agricola di conduzione o promozione dei
prodotti, né lo sviluppo dell¹agricoltura biologica (questa sì che
tutelerebbe l'ambiente!) né la riserva di alcune quote per possibili opere
pubbliche o necessità pubbliche, come pure le leggi citate contemplano e
auspicano.
Fa perciò un po' senso leggere di questi giorni (è uscito il 16 giugno) un
''Appello contro la privatizzazione degli usi civici'', firmato da una
cinquantina di intellettuali, politici della sinistra e sindacalisti (tra
cui Giovanni Berlinguer, Pietro Folena, Giovanni Franzoni, Giorgio Nebbia,
Padre Ottavio Raimondi, Tonino Perna) in cui si esprime una forte
preoccupazione per il Disegno di Legge n. 1131, in discussione in
Parlamento. Quest¹ultimo, se approvato, accelererebbe a loro dire la
prassi abrogativa degli usi civici, immettendo sul mercato tutto quello che
è scampato alle privatizzazioni degli ultimi decenni. I firmatari
dell'appello, invitando a bloccarne l'iter, parlano senza equivoci di
''subalternità alla cultura liberista'', di ''individualismo proprietario
dirompente'' e di ''alienazioni senza alcuna condizione'' o ''indirettamente a
scopo clientelare''.
Insomma, ce n'è abbastanza per riflettere e meditare, prima di trarne
qualche conseguenza!
Giovanni Artese
