La casa di pasqualino

| di Umberto Tamburrino
| Categoria: Storia
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C'era una volta Pasqualino, sansalvese di umili origini figlio di contadini. Un giorno mentre lui e i suoi amici giocavano sulla strada passò un'automobile ''tum tum tum tum'' e per far scansare i ragazzini l'autista suonò il clacson ''qua qua''. Quella fu l'illuminazione di Pasqualino: da grande avrebbe fatto il meccanico e guidato quelle macchine che portavano le persone. Tanto fece e tanto disse che riuscì a convincere il papà a mandarlo a garzone presso un'officina meccanica a Vasto.

Tutte le mattine e tutte le sere, ad eccezione della domenica, Pasqualino andava e tornava dal lavoro a piedi. La giumenta serviva a papà nel lavoro nei campi. Solo qualche volta riusciva a risparmiarsi la camminata grazie al passaggio di un compaesano che con il suo carretto si recava a Vasto per la vendita dei propri prodotti. La vita era dura all'epoca, sono i primi anni del novecento. Pasqualino andava a garzone sì ma solo per imparare il mestiere di meccanico ed era molto grato al suo mastro che aveva acconsentito di prenderlo in officina; però di soldi non se ne vedevano. Nemmeno a casa c'era da stare allegri con il lavoro di papà nei campi e l'attività di mamma a casa con il filatoio e con diverse bocche da sfamare. Quella di Pasqualino era una famiglia numerosa si direbbe oggi, e i pochi soldi che giravano in casa bastavano appena al sostentamento.

Ma un bel giorno d'agosto venne un parente a trovare il papà di Pasqualino. Era tornato dall'''America'', un posto molto lontano che per arrivarci bisognava imbarcarsi su una grande nave e andare per mare per dieci giorni e più. Era ben vestito e raccontava che in quella terra c'era tanto da lavorare e da guadagnare e che avrebbero fatto bene ad andarci anche loro: altro che vivere in quella miseria! Quando seppe che Pasqualino andava a garzone in una officina, disse che in ''America'' l'avrebbero preso subito a lavorare e avrebbe imparato il mestiere di meccanico in quattro e quattro otto perché lì c'era ogni sorta di automobili e camion da aggiustare; inoltre avrebbe ricevuto una paga giornaliera per il suo lavoro. Pasqualino tanto fece e tanto disse che convinse il papà a farlo andare in ''America'' con il parente. Il viaggio glielo avrebbe pagato questo qui, e poi una volta là, lavorando gli avrebbe restituito il denaro. E così fu.

Ovviamente ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale sebbene, verosimilmente, questa potrebbe essere la storia della persona che abitò la casa che si trova di fronte alla farmacia Labrozzi su corso Garibaldi, negli anni Trenta del Novecento. La casa, terminata nel 1929, venne utilizzata come officina al pian terreno, come si nota dalle due grosse aperture ad arco, murate in un secondo tempo, e come abitazione al piano superiore. Di quest'edificio so poco, anzi sarei grato a coloro che sanno di più di volercelo raccontare, più che altro per la curiosità di conoscere la storia dell'edificio e delle persone che lo hanno abitato. Poi però, dopo la II guerra mondiale, apportate le dovute modifiche strutturali utili alla nuova destinazione d'uso fu per alcuni decenni adibito a sede della Caserma dei Carabinieri di San Salvo. E fin qui niente di male.

Una volta dismessa la caserma l'edificio ritornò o passò in proprietà alla Provincia di Chieti la quale non sapendo cosa farsene o a causa di pressioni ne deliberò l'abbattimento. Questa non venne eseguita per l'opposizioni dell'opinione pubblica locale al provvedimento, per cui l'edificio venne ceduto al Comune di San Salvo. E anche fin qui niente di male se non fosse per l'immobilismo che ha avvolto la sorte dell'immobile. Scusate il gioco di parole. Insomma il comune di San Salvo è proprietario dell'immobile e lo lascia marcire, sembra quasi che si aspetta che crolli da solo, forse così toglierebbe d'impaccio l'amministrazione nella decisione sulla sua destinazione? Spesso mi fermo a guardarlo, malgrado un'aria di vecchia prigione conserva ancora la dignitosa fattezza di palazzina di inizio novecento, e allora penso: perché non ricavarne una struttura pubblica di tipo socio-culturale oppure cederlo a privati con il vincolo di restaurarlo e destinarlo a negozio al pian terreno e ad ufficio o residenza al piano superiore? Chissà quanti anni di sacrificio e di duro lavoro è costato a colui che ne ha commissionato la costruzione. 

Umberto Tamburrino

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