Acqua in Abruzzo tra consumi e perdite: nuove idee per una gestione sostenibile di un servizio essenziale

Le proposte di Legambiente: 'Passare alla pianificazione dell'offerta'

Cristina Mosca
25/08/2012
Attualità
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L’Abruzzo è una regione tra le più ricche d’acqua, ma ancora oggi non riesce a risolvere il problema della disponibilità della risorsa idrica, soprattutto nei mesi più caldi dell’anno.


La politica delle acque non può essere solo un elenco di opere (acquedotti, fognature, depuratori, argini). Legambiente ha da sempre sostenuto che la gestione dell’acqua come bene comune deve essere visto a 360 gradi, senza tralasciare anche gli altri usi e utilizzatori della risorsa idrica: da quello industriale al settore agricolo, alla tutela del suolo, all’irrazionale  sviluppo urbanistico.

Secondo i dati Istat le maggiori dispersioni in Italia sono Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo. Per garantire l’erogazione di 100 litri di acqua, ne occorrono circa 80 in più.

Ecco il quadro dei consumi idrici per abitante e di dispersione in rete, nei capoluoghi di provincia abruzzesi:
L’Aquila: consumo 147 l/ab giorno; dispersione nella rete 50%; Chieti: consumo 205 l/ab giorno; dispersione nella rete 41%; Pescara: consumo 185 l/ab giorno; dispersione nella rete 55%; Teramo: consumo 156 l/ab giorno; dispersione nella rete 29%. In un periodo storico in cui i cambiamenti climatici sono una realtà, in cui sono aumentate le temperature medie, per combattere il rischio siccità diventa prioritario intensificare gli eventi estremi, ponendo nuovi ed urgenti problemi di salvaguardia del territorio, modificare i regimi pluviometrici a cui gli agricoltori erano ormai abituati. Per ottenere questo risultato è fondamentale da una parte attivare politiche di mitigazione delle cause dei cambiamenti climatici e dall’altra adattarsi agli effetti. L’Abruzzo si trova ora, alla fine dell’estate, in un momento decisivo per quanto riguarda la sfida della gestione della risorsa idrica e della sua tutela.

«Anche nel considerare il tema dell’acqua come bene comune – spiega Luzio Nelli, della segreteria di Legambiente – Si deve passare dalla “gestione della domanda” alla “pianificazione dell’offerta”: occorre superare l’approccio per cui prima si sommano le richieste idriche (agricole, industriali, civili) e poi si cerca disperatamente di soddisfarle: occorre invece partire dalla disponibilità idrica, bacino per bacino, per poi pianificare conseguentemente le attività».

La riduzione dei prelievi va promossa in tutti modi, compreso il riutilizzo delle acque reflue depurate in agricoltura, ma anche nei cicli industriali. «Occorre poi procedere – continua Luzio Nelli – ad un ripensamento più generale della pianificazione, che comprenda anche quella territoriale e urbanistica, per incidere ad esempio sul problema dell’artificializzazione e impermeabilizzazione dei suoli che fa confluire gran parte delle acque meteoriche in fognatura diluendo gli scarichi e sovraccaricando inutilmente i depuratori. In questa direzione occorre che la qualificazione del sistema idrico entri a pieno titolo nella ristrutturazione delle nostre città, a cominciare dai regolamenti edilizi, rendendo obbligatorio, per tutte le nuove costruzioni, la separazione tra le acque nere, che vanno in fognatura, e acque bianche e grigie da riciclare per usi domestici e civili non potabili. (dall’uso civile/domestico e industriale possono restituire fino al 90-95% dell’acqua usata).

Le scadenze dettate dalla direttiva quadro europea 2000/60 che impone a tutti i Paesi membri di mettere in campo politiche di risparmio e tutela della risorsa idrica sono ormai imminenti: siamo infatti obbligati a garantire un livello di qualità buono per i corpi idrici e le acque sotterranee entro il 2015. Un obiettivo raggiunto oggi solo per il 50%.

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