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Tommaso, patrono degli scettici?

Commento al vangelo

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Alzi la mano chi, scherzando o nella massima serietà, ha detto almeno una volta nella vita: “Io sono come san Tommaso: se non vedo non credo!”. Eleviamo san Tommaso sopra tutti i nostri altari con il titolo di patrono degli scettici! Oppure c’è di più? Ogni anno, la seconda domenica di Pasqua, incrociamo l’umanissima vicenda di Tommaso, che apre al fraintendimento di cui abbiamo accennato sopra. Torniamo al Vangelo proclamato quest’oggi per orientarci meglio e cogliere le sfaccettature più interessanti di questo nostro fratello gemello (“Didimo”).

È la sera di Pasqua, l’ottavo giorno, e gli apostoli erano tutti riuniti, a porte chiuse, chiusi in loro stessi, chiusi dalla paura. La croce, ancora elevata sul Golgota, era per loro ancora un avvertimento troppo fresco. Sì, Gesù è risorto, ma meglio stare al sicuro, tra noi soli. E in questa chiusura che sa tanto di sepolcro dei vivi, appare il Risorto il quale augurando la pace mostra le sue piaghe, che diventano in questo brano la carta d’identità permanente di Gesù. Quelle piaghe che ci hanno guarito, da cui infiniti ruscelli di misericordia scorrono sul mondo intero sembrano urlare: sono vivo! La gioia, che nasce dal dono dello Spirito, può scoppiare libera tra gli Undici (il numero della ferita, del tradimento).

Anzi, non undici, ma dieci. Tommaso non era con loro! Dov’era? Cosa stava facendo? Non lo sapremo mai, ma ha perso l’occasione di incontrare Gesù. Capita. Recuperano i dieci, i quali si precipitano al suo ritorno a dare la lieta notizia. E il vangelo qui sembra far trasparire una poco sottile vena di durezza: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»! Tommaso non è uno scettico, no. Tommaso è un discepolo esigente! Non si accontenta, vuole vedere, toccare, sentire, muoversi! Prima di tutto Tommaso si fida dei dieci apostoli rimasti: otto giorni dopo, la domenica successiva, è lì, era tornato con loro, era in attesa, fiducioso.

Quanto siamo lontani dallo scetticismo! Tommaso pone la proprio fiducia nel racconto degli stessi discepoli che avevano tradito quel Gesù che poche ore prima avevano rinnegato fuggendo miseramente. Tommaso ritorna a quell’appuntamento con la speranza-certezza di fare anche lui quell’incontro. Quando si compie questo incontro? Nell’ottavo giorno, con gli apostoli. Nella domenica, con la chiesa, “nella” Chiesa, ferita dalla fuga troppo recente, diminuita dal tradimento, umanamente fragile ma nonostante tutto capace di accogliere lo Spirito che riconcilia.

E finalmente, Gesù appare. Di nuovo invoca la pace, e non esita a rivolgersi al discepolo testardo ed esigente, Tommaso. Lo invita a porre le sue dita nelle piaghe, a non essere incredulo ma letteralmente a diventare credente, a mettersi in cammino. Il vangelo non dice che Tommaso mette le dita nelle piaghe, ma ci lascia una professione di fede che rappresenta un apice: “Mio signore e mio Dio”. Tommaso ha ottenuto ciò che voleva: non una prova, non un segno invincibile, ma un’esperienza viva , presente, liberante con il suo Signore.

Diventa il SUO signore e il SUO Dio! Le piaghe lo guariscono, lo perdonano, gli dona una seconda chance, con tante altre in serbo per lui. Vogliamo davvero essere gemelli di Tommaso? Vogliamo davvero cercare il Signore, lasciarci trovare da Lui, cercarlo dove Lui ha scelto di apparire? Si, diciamolo, nella Chiesa. Nell’ “ospedale da campo” il Signore vuole apparire, in mezzo a peccatori, traditori e ipocriti.

Solo i malati comprendono la misericordia che sgorga da quelle piaghe, che sana le ferite, che perdona e rialza, che non dimentica il male compiuto ma lo supera in grandezza. L’insondabile misericordia di Dio che questo hanno sta martellando la corazza del nostro cuore è questa parola: tutto ti è perdonato, tutto è guarito! Diventa credente, beati voi che crederete, beati voi che avrete il coraggio di attendere il Signore risorto mostrarsi nell’ottavo giorno.

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