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Una città senza "struscio"

Perchè nella nostra città non c'è più voglia di incontrarsi in una piazza che non sia virtuale?

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Ormai la frequento assiduamente da più di otto anni e ho finito, inevitabilmente, per affezionarmici un poʼ. Parlo di San Salvo, fino a pochi anni fa un paesetto.

Ora in molti tengono a sottolinearne il titolo di “città” del quale è stato insignito con apposito decreto del Presidente della Repubblica (marzo 2007). Quasi che, al di là del pur legittimo orgoglio dei suoi abitanti, questo appellativo possa cambiare lo stato delle cose, che non mi risulta comporti significativi (e tanto meno quantificabili) ritorni concreti.

Ma non è di questo che desidero occuparmi oggi, bensì di un altro aspetto sociale (secondo me rilevante e addirittura caratterizzante) di San Salvo, “città” della quale mi sono già occupato e che ho definito “incompiuta”, prendendo in prestito la denominazione con cui è meglio conosciuta la “Sinfonia n. 8 in si minore” di Franz Schubert (vedi articolo già pubblicato su questo stesso sito in data 17 febbraio 2016).

Stavolta il rimbalzo cui mi spingono alcune considerazioni svolte durante i miei soggiorni sansalvesi non mi rimanda al mondo della musica, ma a quello delle favole. Perché le favole, a ben vedere, sono uno strumento straordinario che riesce a riassumere, con la semplicità e lʼefficacia di una sintesi estrema, anche messaggi articolati, talvolta complicati e forse anche difficili. Dunque a una favola mi fa pensare talvolta San Salvo, e precisamente a “La bella addormentata”. Non tanto perché mi sembri bella, quanto perché mi appare addormentata. Perché, fatta salva la sua vivacità industriale, imprenditoriale in genere ed anche agricola, proprio così mi appare San Salvo: addormentata, se penso allʼassoluta assenza di altrettanta vivacità sociale. E mi spiego. Per un paese... pardon! per una città sostanzialmente meridionale (se non altro per latitudine geografica) credo sia elemento distintivo e imprescindibile la presenza dello ʻstruscioʼ.

Avete presente? Fa parte dellʼiconografia classica di ogni paese meridionale meritevole di tale appellativo: lo struscio quotidiano, ampiamente ed efficacemente rappresentato in migliaia e migliaia di fotografie, racconti, film, sceneggiati. Lo struscio che si mette in scena soprattutto di sera (ma non solo), quando gran parte della popolazione esce di casa e passeggia non certo perché ha delle commissioni da svolgere o un appuntamento particolare, ma solo per tirare tardi e... poi si vede chi si incontra, cosa capita. Questa indistinta umanità peripatetica affolla le piazze e le strade principali, incurante di spintonare o essere spintonato da chi, accalcandosi da qualche parte, intralcia il flusso di quella sorta di corrente umana, continua, vociante, variopinta...

Beh! Tutto questo, proprio questo a San Salvo invece non succede; per lo meno non succede come fatto abituale. Poi ci sono le eccezioni. Ma le eccezioni, si sa (come ben recita il vecchio adagio) servono proprio a “confermare la regola”. Le eccezioni a San Salvo si possono contare sulla punta delle dita, non andando molto oltre la festa patronale e qualche affumicatissima sagra che (il sospetto è forte e perciò azzardo unʼipotesi, peraltro non suffragata da alcuna rilevazione statistica) richiamano in strada gli abitanti dei paesi del circondario più che gli stessi sansalvesi, disturbati dallʼinusuale concentrazione di umani.

Dalla situazione di abituale quiete di cui sopra, traggono il loro bravo tornaconto molti esemplari di cani che, perfino nelle immediate vicinanze del centro, talvolta riescono anche a riunirsi in branco e dar vita, loro sì, a un vero e proprio struscio e rianimare una scena che (già quandʼè autunno inoltrato, e ancor più in inverno) somiglia davvero a un allucinante deserto. Dopo la descrizione, qualche riflessione. Anzi unʼanalisi. Perché tutto questo succede? E perché proprio a San Salvo?

Non ho certezze, essendo la mia conoscenza del posto abbastanza limitata; ma sento di poter ugualmente azzardare unʼipotesi. San Salvo, solo negli anni ʼ60 del XX secolo, contava su una popolazione di 4.200 persone che, nei dieci anni successivi raddoppiò, fino addirittura a quintuplicarsi ai giorni nostri. Attenzione: sto parlando di quello che è successo in soli 50 anni! E tutto questo è successo non certo perché lʼattività riproduttiva dei sansalvesi si sia intensificata al punto da marciare a ritmi da guinnes, ma solo perché (è noto a tutti) la già citata vivacità industriale in primis e la conseguente nascita di un altrettanto vivace indotto hanno riversato su San Salvo vere e proprie trasmigrazioni interne da decine di paesi vicini che si svuotavano progressivamente.

Questa abnorme, accelerata, improvvisata crescita numerica di una popolazione che ancora non riesce a sentirsi comunità, ha finito per risultare un semplice agglomerato di diverse specificità costrette a convivere in un contenitore che si è espanso senza un piano strategico, incalzato dallʼunico scopo di dare una casa a tutti, dove che sia, come che sia...

Quale e quanta miopia ha impedito di prevedere che lʼostilità fra i ʻComuniʼ di storica memoria avrebbe condizionato (se non proprio impedito) i buoni rapporti fra comunità vicine? Pensate un poʼ con me: in un paesetto (in questo caso lo posso ben dire), con quale animo e con quanta perplessità quattromila anime potevano mai accogliere lʼinvasione (sia pure pacifica) di tutti quei confinanti di cui per secoli sʼera detto peste e corna?

Ed ecco che quando per strada i sansalvesi d.o.c. hanno cominciato a incrociare forestieri, tanti, sempre di più, sconosciuti e poi “ma come parlano?”... il gioco è fatto: faccio a meno di uscire, me ne sto a casa mia, dove mangio come sono abituato (ché anche il pane adesso arriva dai paesi forestieri: “se lo mangiassero loro!”), a sentir parlare la mia lingua che in giro proprio non se ne può più! La stessa denominazione degli abitanti (in passato “salvanesi”) ha dovuto patire una trasformazione, arrendendosi allʼufficialità del più diffuso “sansalvesi” e certificando una vera e propria perdita di identità. Fin qui sarei abbastanza convinto della mia analisi.

Un dubbio mi rimane, invece, e grande. Perché la marina non è mai decollata? Cʼentra per caso un retaggio socio-culturale che ha consentito che un paese con tanto di mare ʻsuoʼ non abbia mai avuto (nemmeno per sbaglio) una sia pur minima vocazione alla pesca, prima ancora che al turismo balneare? Ma di questo mi occuperò unʼaltra volta. 

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