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I caduti della movida

Una riflessione di don Michele Carlucci

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I ragazzi che in queste notti calde d’estate muoiono o si sentono male, quelli che affollano gli ospedali in coma etilico, senza contare quelli che stanno male in silenzio perché troppo deboli perché si facciano assistere, suscitano davvero molta pena. Anche perché sono solo molto parzialmente responsabili di quello che fanno, soprattutto quando hanno un’età giovanissima.

Penso che siano da considerare come caduti sul campo della crisi che sta attraversando la famiglia: sono lì perché non ci sono genitori che si sentono investiti di un ruolo di responsabilità. Genitori che accettino il compito ingrato di educare (e-ducere= guidare) i figli, di sopportare, senza deflettere, le loro ribellioni, le malinconie, le minacce. Che non considerino i figli come un oggetto simpatico e piacevole che hanno acquistato, che li deve gratificare con l’amore e l’allegria, ma che non richiede un minimo di fatica e sacrificio.

Ogni legame familiare è stato alleggerito, sarebbe meglio dire impoverito, della sua necessaria parte di dovere. Dal legame familiare ci si aspetta amore e piacere sessuale, dai figli gratificazione. Se poi, nell’esperienza concreta, si vede che questo non è realizzato si rinuncia e si cerca una situazione più gratificante.

Mentre si continua, a discutere di questioni teoriche – per i cattolici se ammettere ai sacramenti i divorziati risposati, per i laici se allargare il matrimonio e la procreazione alle coppie omosessuali – la famiglia vera, quella concreta, sta attraversando una crisi così grave che i suoi membri più deboli possono morire per mancanza di protezione.

Questa la situazione drammatica della quale bisogna occuparsi, laici e cattolici, andando alla radice del problema, cioè a cosa significa oggi, per la maggior parte delle persone, formare una famiglia. Senza cadere in ideologie, in teorie magari anche buone, ma che non hanno nulla a che fare con la dura realtà che abbiamo davanti agli occhi.

Non bastano i poliziotti in una situazione in cui per anni si è permesso, senza batter ciglio, a gestori e commercianti di arricchirsi proprio grazie allo sballo dei giovani. Non basta invocare una riforma della scuola che avverta i ragazzi, con opportuni corsi di aggiornamento, dei pericoli della droga o dell’alcool.

L’unico vero rimedio a questa situazione può essere solo una vera famiglia, quella "famiglia" che nessuno sa più cosa sia, che nessuno osa più costruire e tanto meno difendere. Le scuse sono sempre le stesse: tutti fanno così, non posso impedire a mio figlio di vivere come gli altri, la vita è cambiata, non sono più i tempi di una volta in cui i genitori intervenivano nella vita dei figli.

Come si può pensare di risollevare un paese abbattuto e fragile, lasciando che le nuove generazioni si abituino a considerare la vita come una continua movida?

Questo dei giovani che cadono ogni notte in una guerra non dichiarata ma reale, è un tema che deve far riflettere, perché è la vita stessa che bussa e chiede di essere aiutata.

Ricordo un detto popolare: fa piangere il figlio se non lo vuoi piangere. Credo che non ci sia dolore più grande per una madre e un padre: piangere un figlio.  

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