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L'imposizione dell'accoglienza

Un nuovo centro all'ingresso della città, quali gli effetti?

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La lettera del sindaco di San Salvo Tiziana Magnacca pubblicata ieri (leggi), ha già sollevato numerose polemiche legate al tema dell'accoglienza.

Sembra che saranno 70 i migranti che verranno ospitati nella struttura dell'ex hotel Miraverde in contrada Piana Sant'Angelo nella zona industriale di San Salvo, all'uscita autostradale, alle porte d'ingresso della città. La struttura sembra che verrà gestita dal Consorzio Matrix che già gestisce i Centri di Accoglienza presenti nel Vastese e lo SPRAR di Vasto.

Il sindaco chiede al Prefetto Antonio Corona di rivalutare tale decisione, per salvaguardare il tessuto economico della città.

San Salvo è da sempre una città che accoglie, dalla fine degli anni '70 ad oggi, il tessuto sociale della città è composto soprattutto di migranti. Una migrazione che è stata prima interna dalle aree dell'entroterra Vastese le famiglie si spostarono sulla costa dove c'era lavoro, poi con uomini e donne provenienti dalla Campania, dalle Puglie, dalla Calabria, negli ultimi decenni da altre nazioni: la Romania, l'Albania, Marocco. 

San Salvo è la città che ad oggi accoglie di più nella provincia di Chieti, lo dicono i numeri: Sono oltre 1.600 gli immigrati presenti sul nostro territorio registrati all'anagrafe, che corrispondono all'8,2% della popolazione sansalvese.

Una immigrazione che è stata graduale, che non ha mai creato problemi nonostante San Salvo sia la città con la più alta densità abitativa nella provincia di Chieti con oltre mille abitanti per kmq. (82 gli stranieri su kmq.), contro la vicina Vasto che ne conta 578 su kmq ( con una incidenza pari a 35 stranieri per kmq). La crescita economica avvenuta negli ultimi 40 anni ha consentito di accogliere ed integrare migliaia di persone. Gli immigrati sono gli amici, i parenti, i compagni di scuola.

 

 

 

 

Cosa sta accandendo allora con questa nuova ondata migratoria, cosa sta portando città fino a ieri tese all'accoglienza e all'integrazione a chiudersi, a respingere?

Gli uomini e le donne che arrivano, emigrano per motivi economici (migranti), per fuggire dalle guerre, per sollevarsi da una condizione di indigenza o di pericolo (profughi o rifugiati) e cercano luoghi che diano un'alternativa. 

Cosa accade a chi arriva sulle coste italiane?

Per una pratica di riconoscimento dello stato di rifugiato o profugo, decidono le commissioni territoriali che devono svolgere l'audizione per il riconoscimento dell'asilo entro 30 giorni dalla presentazione della domanda e decidere nei successivi tre giorni. Tuttavia, stando alla stima della banca dati SPRAR, il periodo di attesa mediamente si aggira attorno ai 12 mesi.

Cosa succede ai migranti a cui viene negato? 

Contro le decisioni della Commissione territoriale si può ricorrere entro 15 giorni al Tribunale. Il Tribunale decide nel merito entro tre mesi con sentenza. (Fonte La Repubblica.it)

Se il tribunale nega lo status di rifugiato, cosa succede al migrante? Una volta divenuta esecutiva la decisione, scatta l'espulsione dello straniero, a cui sembra che normalmente venga consegnato il decreto di espulsione senza accertarsi che lasci effettivamente il territorio italiano, quest'ultimo senza documenti diventa nei fatti un clandestino.

Passa dunque un anno e mezzo mediamente, prima che venga riconosciuto lo status di profugo o rifugiato, condizione che dà la possibilità di avere dei documenti e quindi la possibilità di lavorare o spostarsi liberamente in altri stati europei.

Un anno e mezzo durante il quale, uomini e donne che hanno lasciato affetti, la propria terra di appartenenza per cercare fortuna altrove sono costretti fisicamente a restare in un luogo in attesa di questo riconoscimento.

E' questo lasso temporale ad essere uno dei maggiori problemi italiani, oltre a quello di frontiere chiuse con gli altri stati europei in virtù di una convenzione internazionale, quella di Dublino, che obbliga lo Stato in cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso a valutare la domanda di asilo, acuiscono un dramma sempre più evidente.

Al dramma dei migranti che arrivano, solo negli ultimi quattro giorni ben 10 mila arrivi, va aggiunta una politica nazionale che impone "l'accoglienza", legando le mani ai sindaci che non possono decidere se far aprire o meno un centro di accoglienza sul proprio territorio, lasciando tale decisione alla cosiddetta libertà di impresa, che vede imprenditori turistici trasformarsi in "imprenditori delle migrazioni" in un campo nel quale non esiste più il rischio d'impresa, in quanto l'entrata è certa, garantita dallo Stato centrale. 

Uno Stato che alletta i comuni all'accoglienza, elargendo contributi una tantum (si parla di 500 euro a migrante), regalando agevolazioni come lo sblocco del turnover con la possibilità di nuove assunzioni o l'allentamento dei vincoli di bilancio.

Una imposizione mal recepita dai cittadini, che crea rabbia e frustrazione che si riversa non sulle istituzioni che impongono: la Prefettura o lo Stato centrale, ma contro gli immigrati, rei soltanto di aver cercato una possibilità di vita alternativa.

"E' necessario che qualcuno cominci a dire basta, altrimenti assisteremo ad una emergenza prima demografica, poi economica, che potrebbe avere ricadute sull'ordine pubblico", ha affermato il sindaco di San Salvo Tiziana Magnacca.

L'accoglienza si basa sulla volontà di accogliere, chi accoglie integra, fa crescere con sè l'accolto, chi è costretto all'accoglienza vedrà sempre la persona accolta come un estraneo, è una risposta sociale, non liquidabile con la parola "razzista". La semplificazione nella spiegazione degli eventi sociali, porta a dividere tra buoni e cattivi, tra "razzisti" e "buonisti", lo studio, delle scienze sociali ci viene incontro, spiegando le cosiddette zona d'ombra.

L'informazione nazionale ce ne offre un esempio ponendo una dopo l'altra la notizia dello sbarco di oltre mille migranti nella notte e quella di una madre che si dà fuoco per la disperazione suscitata dal non aver quel sussidio di disoccupazione necessario a garantire la propria sussistenza e quella dei suoi figli.

Questa è la spiegazione alle porte chiuse di un Paese che non è razzista ma sofferente

 

 

 

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