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Gente del mio paese: La storia del bambino salvanese caduto nel pozzo

| di Michele Molino
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Non so se qualcuno si ricorda di Alfredino Rampi, che a sei anni, scivolò in un pozzo artesiano, dal quale non uscì vivo. Un episodio quasi identico è successo a Vito Di Petta, da bambino, quando abitava quasi a ridosso del bar Tomeo in via Roma (a lu quartabball’). Una mattina, all’età di tre anni, Vito, giocava contento con una scatolina di cartone nei pressi del pozzo domestico. Ad un certo punto la mamma, poggiati alcuni peperoni sulla brace, si recò ad acquistare qualche etto di sarde sotto sale (sardèll) al negozio vicino casa. Il padre, nel frattempo, cominciò a demolire con martello e scalpello, il tramezzo della cucina, per creare un ambiente unico, tenendo sotto controllo il figlio. Ad un certo punto gli sfuggì lo scalpello; mentre si abbassava per raccoglierlo da terra, sentì delle urla disperate. Scaraventò a terra il martello e si lanciò verso il pozzo, dove vedendo il figlio annaspare nell’acqua, corse in cantina a vedere se c’era una scala, ma non la trovò. Veloce come una saetta uscì fuori urlando e chiedendo aiuto agli abitanti del vicinato. In un brevissimo lasso di tempo giunsero sul posto, Biondo Tomeo, Virgilio Cilli, Nicola Del Villano e Nicola Di Gregorio, che subito si misero in movimento per cercare una scala di lunghezza superiore a cinque metri, ma nessuno di quel quartiere ce l’aveva. Dovettero, perciò, legare due scale tra di loro con una grossa fune e le calarono nel pozzo. Biondo, calzolaio, agile e snello (giocava con la squadra di calcio del suo paese) si calò nelle acque del pozzo e lo tirò fuori per un piede, ma il bambino non dava nessun segno di vita. Il giovane ciabattino praticò al bambino il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca, riuscendo a strapparlo alla morte. La mamma sentì gridare la folla, tornò subito a casa, ma appena mise i piedi sul pianerottolo, perse i sensi e cadde a terra. Il padre continuava a gridare:“Sand’ Vitàle me, fa la gràzije, nin fa murè ssu uaiàune, tingh’ nu sole fejje”. La gente del vicinato piangeva e urlava disperatamente. Il bambino cominciò gradualmente a riprendersi. La paura era passata. Attualmente il barbiere Vito Di Petta è un pensionato. Chiacchierando con gli amici, qualche volta ricorda velatamente quella giornata, ma non perde occasione di ringraziare Dio e gli angeli del quartiere. I rapporti tra vicini di casa erano basati sulla collaborazione e la cortesia, come se appartenessero ad un’unica famiglia.

In foto foto: mastro Vito Di Petta e Biondo Tomeo

Michele Molino

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