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L'ultima intervista di Remo Gaspari rilasciata al quotidiano Il Centro

Tra le riflessioni una denuncia alla classe politica attuale

a cura della redazione
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Di seguito riportiamo l'ultima intervista rilasciata dall'ex Ministro Remo Gaspari, al giornalista Antonio De Frenza, in occasione dei festeggiamenti per il novantesimo anno di età, rilasciata sulle colonne del quotidiano "Il Centro". PESCARA. Remo Gaspari è appena tornato da Ischia, lo aspetta una mattinata intensa nel suo ufficio romano, poi in serata partirà per Gissi dove lo attendono due giorni di incontri per i 90 anni che festeggia domani. «Non li vorrei festeggiare, ma hanno insistito...» Novant'anni quasi tutti spesi in politica». «Sono stato congedato il 31 luglio del 1944 dopo 3 anni e mezzo di servizio militare di guerra. Otto giorni dopo ho dibattuto la mia prima causa alla pretura penale di Gissi. Poi è iniziata la carriera politica». In quale occasione? «Un gruppo di cittadini mi chiese di dare vita a un partito che si opponesse ai dominatori del paese». Chi erano i dominatori? «Erano comunisti e soprattutto socialisti, avevano il 95% della rappresentanza». Si fa fatica a pensare alla sua Gissi guidata dai comunisti del Fronte popolare. «Nel 1948 hanno anche vinto le elezioni, ma nel 1954 ho vinto io e ho fatto il sindaco». La prima tappa di una carriera lunghissima. «Ho percorso tutte le scale della politica, da segretario di sezione fino ad arrivare a fare il vicesegretario politico della Dc quando il segretario era Aldo Moro». Non dimentichi gli incarichi di governo. «Sono stato un quarto di secolo nei ministeri». Facendo anche politica al partito. «Membro della direzione per più di vent'anni, segretario organizzativo con Fanfani. Ho vissuto i momenti più difficili e più gloriosi della Dc». Oggi molti dicono: ci vorrebbe una nuova Dc. E' d'accordo? «Lo pensavo anche allora. Sapevo che era un errore disfare la Dc. In Consiglio nazionale sono stato l'unico a votare contro l'elezione di Mino Martinazzoli. Ritenevo che con la sua elezione la Dc sarebbe sparita». Fu un danno per il paese? «Un grave danno. La dimostrazione è la Germania dove i democratico-cristiani sono alla guida della nazione economicamente più forte d'Europa». La Dc motore di sviluppo dell'italia? «Quando la Dc è andata al potere negli anni successivi alla guerra era tra gli ultimi paesi d'Europa, poi siamo arrivati ad avere uno sviluppo che per molti anni ha gareggiato con quelli del Giappone e della Germania, e siamo arrivati ad essere uno dei sette paesi più industiralizzati del mondo. Oggi siamo gli eredi di quella potenza, viviamo degli spiccioli che restano di quella grande epoca». Qual è stato il punto di svolta? «La fine dei partiti negli anni Novanta». Ma i partiti ci sono ancora. «No, è cambiato tutto. I partiti non ci sono più come partiti veri, perché nei partiti veri si fanno elezioni pubbliche, che in Italia sono soppresse. Oggi alla guida dell'Italia c'è una classe politica molto più vicina ai cortigiani dell'Ottocento che ai parlamentari del Novecento. I cortigiani venivano nominati dall'alto, com'è accaduto alle ultime elezioni e come si vuole continuare a fare. E' incredibile avere reintrodotto sistemi che erano stati combattuti per secoli. Per questo vorrei che i partiti tornassero: partiti veri con regole vere e ideali». C'è chi obietta che anche col sistema delle preferenze era il partito a decidere chi doveva essere eletto. «Se non avevi il consenso nessuno te lo regalava. Se un altro aveva un consenso paritario allora ci potevano essere giochi di partito, ma quando il divario c'era, contava il consenso». Parliamo un po' dell'Abruzzo. Non è più la locomotiva del Sud come ai tempi d'oro. «L'Abruzzo è stato non solo la locomotiva del Sud ma dell'Europa. Per 14 anni l'Abruzzo è stato all'avanguardia tra tutte le regioni del Mezzogiorno d'Europa. La seconda regione distava di 12 punti. Noi eravamo al 92% del reddito medio europeo, Lisbona e la Valle del Veyo erano all'80%. Eravamo di gran lunga i migliori. Il nostro veniva chiamato il "miracolo europeo"». E fino a quando è durato? «Fino al 1994: è finito con l'arrivo di Berlusconi e di tutti questi signori che abbiamo oggi». Un rallentamento c'è stato anche con l'uscita dall'Obiettivo 1: meno finanziamenti, meno sviluppo. «Siamo usciti nel 1993 perché non siamo stati difesi. L'italia si lasciò tranquillamente cacciare dall'Obiettivo 1». Ma gli indici economici portavano a questo, no? «Le condizioni economiche per le quali noi siamo stati cacciati, l'Italia li aveva raggiunti e superati nell'87. Ma noi alla verifica dell'87 e a quella del '90 siamo riusciti a ottenere di rimanere nell'Obiettivo 1». Una carenza della classe politica? «La classe politica è quella che è». Quella di oggi non la soddisfa? «Ai miei tempi la classe politica maturava negli anni. Io prima di arrivare al governo ho passato sei anni durissimi alla guida di una commissione parlamentare, la più difficile della Camera. Al mio capogruppo avevo detto di non sentirmi preparato per quel compito, ma lui mi forzò ad accettare». Oggi invece si sgomita per arrivare. «Ne combinano di tutti i colori. E quello che la gente sa è niente. Bisognerebbe andare dentro i ministeri. Ma sono tutti così, anche quelli del centrosinistra». E in Abruzzo non arriva niente: niente fondi, niente infrastrutture. «Non ottengono niente: fanno gli accordi Stato-Regioni in cui vengono previste esecuzioni di opere che poi sono molto scarsine rispetto all'abbondanza che va al Nord di Bossi. Una situazione vergognosa». Deluso dai nostri parlamentari? «Che sono parlamentari lo sanno solo loro. Sono inesistenti, non c'è un intervento a difesa della Regione, lei vede quello che stiamo subendo per la sanità. Ieri ero a cena con il vicepresidente della Regione Lazio. Ho domandato quanti ospedali avessero chiusi. Manco uno, mi ha risposto, e il Lazio ha una popolazione che è sette volte quella dell'Abruzzo e un numero di ospedali non paragonabile. In Abruzzo abbiamo i privati e tutte le zone interne sono ormai senza assistenza. Stanno chiudendo quattro ospedali e pensano di chiudere anche il quinto». Si sta cercando di ridurre il debito della sanità. «Il debito della sanità c'è perché sono stati spesi milioni per finanziare le feste: la sagra delle lenticchie, dei fagioni, dei ceci e poi le pare niente la festa dell'orso e la cena a ricordo della ventricina? Invito il procuratore generale della Corte dei Conti a recuperare il denaro sottratto ai suoi legittimi impieghi da amministratori irresponsabili». Ma non salva nulla di questa Regione? «Chi vuole bene all'Abruzzo deve denunciare tutto quello che non va». Chiodi lo incontra? «Con Chiodi ci parlo, ma lui cosa può fare? È circondato da masse che lo costringono a subire più che a fare. Anche perhé questi sostegni sui quali dovrebbe contare con sicurezza sono molto instabili, molto litigiosi, perché chi non ha sudato l'elezione la considera roba propria». Cosa pensa della polemica sui costi della politica? «Ho fatto il sindaco per 27 anni, mai preso una lira. Per due anni sono stato rappresentante della Asl di Vasto e non ho preso una lira. Allora un incarico pubblico era considerato un onore, e quando c'era, l'indennità era più un sorriso che un sole costante che illuminava la borsa». Il governo durerà? «Durerà fino alla fine della legislatura: la pensione e gli emolumenti sono più importanti di tutto il resto».
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