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"Il maestro Cilli è stato il mio Maestro..." Il racconto di una ex alunna

Il racconto di un'ex alunna dopo la dipartita dell'amato Nicola Cilli

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Il maestro Cilli arrivava ogni mattina con il suo abito elegante in classe e un portamento raffinato e gentile lo contraddistingueva. Non l' ho mai visto portare una cartella in mano o altro che non fosse il suo procedere sicuro verso il luogo dove faceva da tramite tra noi e il sapere. Tutto era nella sua mente e i libri di letteratura custoditi nel cassetto della sua cattedra, assieme a un quadernino di appunti in scrittura minuta e precisa, munito di una sorta di calendarietto. Ogni parola sapeva dove doveva arrivare, nulla era vacuo e ripetitivo. I verbi erano il motore delle sue conversazioni e il gerundio per me aveva il fascino di una poesia.

Prima della ricreazione ci invitava a  ringraziare il Signore del cibo, con un pensiero a chi non lo aveva; e quando parlava della natura, ci insegnava che le api erano le sue custodi.

Il giorno prima di spiegare una nuova regola di grammatica, sfiorò con gli occhi il quadernino come se  volesse accarezzarlo e annunciò: "Domani vi spiegherò i gradi dell'aggettivo qualificativo". Ricordo che gli dissi: "Maestro, non potete cominciare adesso?". Ma ormai la campanella stava per suonare. Quella notte restai sveglia a sognare ad occhi aperti un esercito innocuo e variopinto di aggettivi ordinati e belli e in capo c'erano i generali, con i gradi sopra il petto!

Ogni parola pronunciata dal maestro aveva il sicuro effetto di scatenare la curiosità e il desiderio di conoscere. All'ora di matematica c'era la gara: i primi due che completavano il problema ricevevano il compito di andare a illustrarne la soluzione alla lavagna e questo metteva in moto un desiderio intellettivo di ricerca che spronava e arricchiva. 

Io, se una mattina avevo la febbre, scuotevo la colonnina di mercurio per abbassare la temperatura, perché non mi volevo perdere nemmeno un giorno dei suoi preziosi insegnamenti. Per me la scuola era un luogo di culto, per me la scuola era lui. Ma c'era anche la  pienezza della vita nei suoi insegnamenti, la verità su alcuni principi, mai espressa ma chiaramente manifesta. Il maestro non parlava di educazione civica, la faceva. Se un bambino era irrispettoso verso un altro lo redarguiva e, dopo l' avvertimento, c'era la punizione. Accanto alla nostra aula, c'era la "classe differenziata" e lui quasi tutte le mattine regalava un bel panino imbottito a un ragazzino bisognoso. I cardini del vivere venivano interiorizzati da noi alunni senza inutili ripetizioni e l'ordine pacifico regnava armonioso. Il mio maestro insegnava anche la serietà dei costumi. Un giorno minacciò di parlare con i miei genitori perché gli avevo mostrato, con una certa compiacenza, il bigliettino di "dichiarazione" scrittomi da un compagno.  Allora non capii perché aveva rimproverato me e non il compagno in questione, ma poi mi fu chiaro che voleva mettermi in guardia dalla vanità. E gliene fui grata. 

Il mio Maestro leggeva Pinocchio e i viaggi di Gulliver, le fiabe dei Grimm e di Perrault, il libro Cuore, la Divina Commedia...e declamava le poesie di Pascoli, Leopardi  ed Angiolo Silvio Novaro... 

Grazie, Maestro Cilli, dei tuoi insegnamenti.

Essi restano per sempre nella mia mente e nel mio cuore e sono presenti nella mia vita di ogni giorno,  giusti e veri per ogni situazione.

Antonietta Teti

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