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Maria Cristina, una sarta di altri tempi

Storie di vita

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Nel 1951 Maria Cristina Cilli, subito dopo la quinta elementare, è “andata a imparare l’arte” del taglio e cucito.

Voleva proseguire gli studi ma a quei tempi per frequentare la scuola media bisognava recarsi a Vasto. Nonostante l’insistenza del suo maestro Ugo Marzocchetti i genitori non la mandarono perché vigeva una sorta di gelosia per le figlie femmine.

Maria Cristina, per 4 anni tutti i giorni dalle 8.30 alle 12.30 e dalle 13.30 alle 18 (nei periodi di Natale anche fino alle dieci di sera )  andava da Italina Vicoli per imparare a cucire. La tecnica era quella della “scuola di cucito a mano libera” diversa da quella dell’uso delle squadre. Si prendevano le misure principali sul corpo e i vestiti venivano “appuntati” direttamente addosso. Solo le cuciture basi del capo venivano realizzate con la macchina da cucire poi tutto il resto veniva fatto a mano.

A soli 16 anni apre un laboratorio tutto suo di taglio e cucito per donna e bambino. All’epoca lei rappresentava il “moderno” e aveva come clienti molte donne importanti del paese (la moglie del dottor Tilli, Donna Lidia, la moglie del dottor Artese e tante altre).

Molti erano i negozi che vendevano le stoffe a San Salvo: Bice Tascone, Nicoletta Roselli (che era anche una sarta professionista), Antonio Di Nardo, Leone Balduzzi, Ermelinda Checchia e Artese Antonio.

Tra il 1963 e il 1964 Balduzzi inserì nell’offerta dei propri prodotti i capi confezionati. Comprava ad esempio un cappotto e poi commissionava alle sarte (compresa Maria Cristina) la riproduzione dello stesso in varie misure.

Dal lunedì al sabato era sempre al lavoro. L’unico svago domenicale era una piccola sala cinematografica allestita da Don Cirillo nella sala parrocchiale. Maria Cristina ricorda ancora alcuni dei film visti in quelle occasioni: “Marcellino pane e vino”, "Dall’Appennino alle Ande” e il film su Santa Rita.

A venti anni, grazie al passaparola sulla sua bravura, nel suo laboratorio c’erano tre apprendiste che l’aiutavano nel soddisfare le esigenze delle proprie clienti.

Quando si rivolgeva a lei la famiglia di una ragazza che si doveva sposare c’era tanto da fare: doveva realizzare tutto il guardaroba l’intimo, la lingerie di notte, il vestiario per le varie stagioni, il corredo, l’abito da sposa e l’abito di riuscita dell’ottavo giorno. Il tutto doveva essere pronto almeno una ventina di giorni prima della data fissata per le nozze. Maria Cristina e le sue lavoranti si recavano a casa della sposa per stirare ogni capo col ferro a carbone e sistemarli in una stanza per esporli a vicini di casa, parenti e amici. Nella stanza “mostra” si esponevano anche gli ori regalati dal fidanzato e le stoffe appese che dovevano servire per realizzare capi di abbigliamento dopo il matrimonio. La stanza restava allestita per una settimana. Questa "dote" poi veniva trasferita tramite un carretto a casa dello sposo e nella settimana successiva si mostrava la casa e i mobili acquistati. Nel giorno del matrimonio i genitori degli sposi non potevano partecipare alla cerimonia. La sposa per otto giorni non poteva uscire e l’ottavo giorno, vestita di nero, dopo aver partecipato alla messa poteva tornare a salutare i suoi genitori con il marito. Maria Cristina racconta che non sempre faceva in tempo a cucire l’abito di riuscita prima del matrimonio e siccome la sposa non poteva uscire nei giorni successivi, lei andava a casa a misurare l’abito nero,”ci si accorgeva che nello sguardo della donna c’era una luce diversa che avvolgeva tutta la persona”.

Altro capo che dava un sacco di lavoro erano i grembiuli per i bambini che dovevano andare a scuola. Erano piene di pieghe e quindi non semplici da realizzare.

A ventitre anni nel suo laboratorio collaboravano 9 apprendiste, alcune delle quali poi in seguito si sono messe in proprio.

Maria Cristina amava tantissimo il suo lavoro ma dopo il matrimonio e con la nascita della figlia non poteva proseguire anche perché il marito nel 1969 aveva aperto un negozio di elettrodomestici e siccome spesso si doveva recare fuori, aveva bisogno di qualcuno che restava in negozio.

ll lavoro della sarta è sempre in continua evoluzione e lei cercava sempre di imparare cose nuove e di seguire la moda. Sua mamma le diceva “se rubi l’arte con gli occhi non ti è peccato”.

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