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Il vuoto che si riempe di male

Dopo i fatti di Napoli, una riflessione di don Michele, parroco di San Nicola

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È proprio una brutta realtà sul fronte degli abusi tra adolescenti. Spesso si resta senza parole o si ricorre alla ricerca di qualche spiegazione che, però, tarda ad arrivare. Tanti ragazzini, certi nostri ragazzini, si rivelano violenti, cattivi, strupatori. Violenze di cui non si possono raccontare i particolari. Terribili storie con i nomi dei protagonisti di 14 e 15 anni sussurrati di bocca in bocca.

E a noi non sembra vero. È come se avessero una doppia personalità: piagnucoloni, capricciosi e coccoloni in casa, fuori diventano stupidi, spavaldi e prepotenti. Ma ciò che più offende il malcapitato/a, di turno è la mancanza di reazione pubblica. È come dire: non è successo nulla, è stata la sbronza, è stata una ragazzata. È questa sorta di leggerezza che spaventa! Questi non sono extracomunitari cresciuti nella violenza e nell’abbandono. Vanno a scuola, studiano l’inglese, hanno una famiglia e una casa e soldi e vestiti alla moda. Poi una sera, per ovviare alla noia, si “fanno” d’alcol o d’altra roba e si avventano su una compagna/o. Qualcuno filma con il cellulare, per vantarsi poi, con gli amici. Certo, un caso isolato, diranno gli ottimisti per natura, in mezzo a milioni di bravi ragazzi. Vero, ma è un caso isolato dopo l’altro, storie di una gratuita brutalità che incutono spavento. È come se la soglia tra la “bravata” e la ferocia si fosse abbassata, come se questa soglia non fosse più nemmeno esattamente percepita. E, quasi sempre, a casa, si trovano un padre o una madre che difende questi figli. Dicono: se davvero mio figlio/a ha fatto quelle cose è perché altri lo hanno trascinato.

Raramente si sente ammettere da un padre-madre: è vero, mio figlio ha fatto una cosa terribile. Forse perché, ammettendolo, bisognerebbe confessare a se stessi di avere, come padri-madri, molto sbagliato. Viene da chiedersi, ancora, se questa leggerezza fa bene ai ragazzi. Se è voler bene, di fronte a un adolescente alto ormai come un uomo, sminuire ogni responsabilità. Se non è tempo invece di parlare chiaro: hai fatto una cosa terribile. Apri gli occhi, guardati. E solo da questa piena coscienza ri-accogliere, per ricominciare. Se questi figli ci stessero a cuore, lo faremmo. Ma è più facile una pacca sulle spalle, non farlo più, mi raccomando. Invece di ammettere un fallimento drammatico, invece di avere il coraggio di spendersi nella fatica grande e straordinaria che è educare.

Gli adulti più seri e responsabili si domandano con angoscia che cosa mai stia accadendo a questi adolescenti. Di fronte a ragazzini come questi, lanciare maledizioni o invocare muri, filo spinato non serve a niente. Questi non sono “figli degli altri”. Non vengono da fuori, sono i nostri figli. I nostri “bambini”. I figli che non riconosciamo più. I figli che vanno per conto loro. Sono i figli di internet, della rete, del branco. Sono i figli con i quali si fa sempre più fatica a dialogare. Che cosa fare, allora? Ripetere sconsolati: così va il mondo? O, invece, per quanto è possibile, tentare una qualche riflessione e rimboccarci le maniche? Per non continuare a farci male. Per evitare a loro, principianti e privi di esperienza della vita, di fare male e di farsi male. Per aiutarli a crescere con pù serenità. A divertirsi con vera esperienza.

Davanti a certe mostrusità la tentazione di chiudere gli occhi è forte. Soprattutto quando c’è distanza tra noi e il luogo del delitto. Ma quando lo scempio avviene sotto casa tua, o, peggio, in casa tua, sei costretto a guardare negli occhi la realtà. E la realtà è che i nostri adolescenti sono “preda” di un grande abbaglio. Stanno prendendo lucciole per lanterne. Stanno infilandosi in un vicolo che da sempre è cieco. Da sempre costringe i malcapitati a fare, poi, una dolorosa marcia indietro.

Le generazioni si susseguono. La Providenza ha voluto che tra loro ci sia una differenza di età, di maturità, di esperienze. Gli adulti, quindi, sono, dovrebbero essere, pionieri, alpinisti, speleologi. Guide, insomma. Senza le quali ci si perde. Si combinano guai. Si sa: fosse per loro, i “bambini” mangerebbero solo cioccolato, gelati e patatine. Hanno bisogno di essere aiutati, indirizzati, guidati. Sempre, per una sana alimentazione, per un corretto uso della libertà. Non si cresce da soli. Hanno bisogno di essere educati. “Non si nasce liberi, si nasce liberi di diventare liberi” (Chesterton). È così. Il processo di crescita, di maturità, di equilibrio, è lungo, bello e faticoso. Bisogna che gli educatori si armino di empatia, competenza, amore verso i ragazzi.

In occasione del Giubileo dei Ragazzi, lo scorso 24 aprile a Roma, il Papa ha affermato: “Molti vi diranno che essere liberi significa fare quello che si vuole. Ma qui bisogna saper dire dei no. Se tu non sai dire di no, non sei libero. Libero è chi sa dire sì e sa dire no. La libertà non è poter sempre fare quello che mi va: questo rende chiusi, distanti, impedisce di essere amici aperti e sinceri; non è vero che quando io sto bene tutto va bene. No, non è vero. La libertà, invece, è il dono di poter scegliere il bene: questa è libertà”. Lo sappiamo, si tratta di suscitare una mentalità nuova.

Che ci sia in atto un processo di “adultizzazione” dei bambini e dei preadolescenti è innagbile. Non so perché, ma sembra che gli adulti non abbiano la pazienza di aspettare il ritmo lento e sereno della crescita. Il modo di vestire, le acconciature dei capelli, a volte, addirittura, il trucco di bambini e adolescenti tradisce questa fretta. Sembra che si abbia paura a lasciarli indietro. Di non metterli al passo con i tempi. Purtroppo tra gli educatori e la famiglia non sempre ci sono accordo, buona complicità. Non poche volte entrano in conflitto davanti agli stessi bambini. È un bene? Purtroppo no. E va detto con estrema chiarezza. All’atteggiamento esteriore deve conseguire riscontro una maturità interiore. Una maturità che il bambino, il ragazzo, l’adolescente non ha. Non può avere. I minori ci fanno toccare con mano che il peccato originale ci ha ferito tutti.

Essi sono capce di gesti di generosità e di amore, ma anche di egoismo e di avarizia. Non possiamo in nessun modo abdicare al faticoso impegno educativo, che prima di tutto è testimonianza di un modo di vivere e di stare in rapporto con gli altri.

Questi problemi non possono, non devono pesare solo sulle spalle dei genitori. Tutti siamo responsabili dell’educazione delle giovani generazioni. Anche chi siede in Parlamento. È tristissimo costatare che mentre il Paese si dibatte tra probemi veri, seri e dolorosi, come la povertà assoluta in cui versano tante famiglie, il terrorismo che ci inquieta, l’emergenza educativa, in Aula alla Camera si discute se e come legalizzare la cannabis. Il cuore del “Palazzo”, purtroppo, non sembra battere all’unisono con quello dei cittadini.

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