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La carità riempie il cuore di una pura gioia, perché ognuno non pensa a gioire ma a dare gioia agli altri

Commento al vangelo

| di Don Michele Carlucci
| Categoria: Varie | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Si sente dire sempre più spesso che scompare tra i giovani l’immagine del Dio cristiano; è in crisi il dogma che Cristo è Figlio di Dio; aumenta la distanza dalla Chiesa istituzione. Un giornale riportava questo titolo: “Dio è vivo, la Chiesa no”. In caduta libera il cattolicesimo europeo. C’è l’incapacità della Chiesa a rispondere alle esigenze delle persone. E poi, tornano spesso gli scandali di uomini di Chiesa. Gesù ha detto: “Non temere, piccolo gregge” (Lc 12,32). Siamo rimasti in pochi? Rischiamo davvero di scomparire?

Il beato Paolo VI diceva: “Poco importa che siamo pochi, e anche se siamo soli. La nostra forza è essere nella verità. Noi non siamo obbligati a rispettare l’opinione della maggioranza. Non dovremmo temere, un giorno, d’essere forse in una minoranza, se saremo fedeli; non arrossiremo dell’impopolarità, se saremo coerenti: non faremo caso d’essere dei vinti, se saremo testimoni della verità e della libertà dei figli di Dio”. La vera forza che muove la storia non è nella massa amorfa e spesso trainata a rimorchio.

È in alcuni pochi che sanno e fanno, che si impegnano e si offrono a un ideale. Certo, a vedere le folle sempre numerose che accorrono a Roma per il fascino della personalità di Papa Francesco, c’é da sperare bene nel futuro della religione! Purtroppo, molto raramente, questa simpatia verso il Papa si trasforma in ascolto (obbedienza) e azione quando si tratta di assumere una mentalità nuova e uno stile di vita coerente con la fede. Infatti, le chiese sono sempre meno frequentate, soprattutto sono quasi spariti dalle comunità e dalle diverse iniziative pastorali i giovani. Certamente essi affollano alcuni grandi eventi riservati a loro, ma di là di questi la loro presenza è scarsa e sporadica.

La situazione attuale della vita cristiana ci deve spingere a dare una vigorosa sterzata al nostro impegno, alla nostra testimonianza. Osservava Susanna Tamaro: “L’uomo non si accontenta più di formule, di luoghi comuni… è molto più esigente, cerca risposte vere e profonde alle domande che ha dentro. Questa sete di verità e di bellezza non può venire soddisfatta dalla mediocrità delle vite”. Forse è tempo di capire che non sono le adunanze oceaniche, ma la qualità a fare la differenza. E la qualità dipende unicamente dalla propria santità. Il nostro tempo ha bisogno di campioni di santità. Per il bene della Chiesa, e della società, c’è bisogno che nella nostra vita lasciamo trasparire la voglia della santità, il desiderio della perfezione. È un impegno, per noi. Solo così, anche se “un piccolo gregge”, anche se in minoranza, riusciremo a operare nella società come il lievito nella pasta. Gandhi diceva: “Il lavoro più efficace fu sempre fatto dalla minoranza”.

Noi siamo sempre avidi di gioia e di privilegi, ma il Signore ci mette in guardia affinché non sbagliamo strada. Certo, Gesù ci promette la gioia, e ce ne dà molta anche in questa vita, dimostrandoci il Suo amore; ma il Suo, proprio perchè è un amore vero, è anche esigente. Nel Vangelo la domanda di Pietro rivela la tentazione, direi naturale, di ogni cuore umano che si sente privilegiato dal Signore e che, per questo, ritiene che a lui sia lecito lasciarsi andare un po'. Infatti, dopo aver ascoltato questa parabola sulla necessità, di essere pronti, sempre vigilanti, Pietro domanda: "Questa parabola la dici per noi o per tutti?" (Lc 12,41). Noi siamo privilegiati, possiamo stare tranquilli è questo, in fondo il senso della sua domanda. Siamo i tuoi discepoli, ci hai detto che abbiamo autorità sugli altri, il nostro posto è migliore di quello di chiunque!

E questo è vero, ma nel senso che il posto di Pietro e degli Apostoli è un posto più esigente, perché la loro, é autorità di servizio e non un privilegio da cui far derivare vantaggi personali, a soddisfazione del proprio egoismo. Sempre l'egoismo, tenta di infiltrarsi nei nostri pensieri e sempre è necessaria la lotta per respingerlo, sempre dobbiamo, come scrive san Paolo, liberarci dalla schiavitù del peccato per metterci al servizio di Dio, diventare "servi della giustizia". È un servizio libero ma esigente, dell'esigenza del vero amore.

La parabola ascoltata descrive la festa dell'egoismo. Il padrone tarda a venire e il capo dei servi comincia "a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi" (Lc 12,45): è il festino sognato dall'egoista. La festa della carità è tutto il contrario: riempie il cuore di una pura gioia, perché ognuno non pensa a gioire ma a dare gioia agli altri; a darsi da fare in ogni modo per rendere più facile la gioia di tutti. Così chi è posto in autorità adempie la volontà del Signore. "A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più" (Lc 12,48).

Sono parole che fanno capire il desiderio di Dio: Egli ci dà molto per ricevere molto. Questo non vuol certamente dire che Dio cerca il proprio interesse, ma vuole che portiamo frutto e che il nostro “frutto” rimanga. Ringraziamo il Signore e siamoGli riconoscenti per i Suoi doni e chiediamoGli che approfondisca in noi il senso del servizio, nella reciproca carità.

Don Michele Carlucci

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