Artisti d'Abruzzo - Correva l'anno milleottocento...

| di F.N.
| Categoria: Storia
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E’ impossibile sostenere, per l’Ottocento della pittura, il concetto di una vera ‘scuola abruzzese’, ma è giustificabile considerare l’esistenza di un filone monotematico dove il sentimento della nostalgia e del ricordo ne dominano lo sfondo. Il filone della cosiddetta “pittura di stalla” ha come protagonisti le pastorelle, il mondo contadino, la natura selvaggia e primitiva, il tutto strettamente concatenato non solo da un legame mnesico ma anche atavico a cui nessun artista abruzzese si è potuto sottrarre. L’Ottocento è stato anche il secolo del Verismo, quale movimento letterario ed artistico italiano ispiratosi al Naturalismo francese e che teorizza una rigorosa fedeltà alla realtà effettiva delle situazioni dove l’artista deve ispirarsi unicamente al vero, dove l’anima della propria opera si concretizza in avvenimenti, scene, paesaggi realmente accaduti, rispecchiando,quindi, la realtà in tutti i suoi aspetti e a tutti i livelli sociali. Nel campo della pittura Teofilo Patini fu il portavoce del Verismo sociale.


FILIPPO PALIZZI ( Vasto 1818 - Napoli, 1899) Dopo gli anni della fanciullezza e dell'adolescenza, trascorsi nella città natale, si trasferisce nel novembre del 1837 a Napoli, per frequentare l’ Istituto di Belle Arti valendosi di un sussidio quadriennale della provincia di Abruzzo Citeriore. Da subito però manifesta palese avversione agli studi accademici per allontanarsene in maniera definitiva due anni dopo e trovando inizialmente accoglienza nello studio privato del pittore teramano Giuseppe Bonolis, anch'egli attivo a Napoli. Si avvicina così allo studio della natura sviluppando un vero e proprio “genere”, originale ed innovativo (cfr. D. Morelli che scrive di una “... verità genuina che non era di nessuna scuola”), e raccogliendo rapidamente consensi e successi. All'Esposizione Borbonica del 1841 presenta Due pastori e Pastore che beve. Dipinge su richiesta il Maggio lucano, unanimemente elogiato ed acquistato dal Re Ferdinando II che gli commissiona anche un'altra opera, il Ritorno dalla campagna (Napoli, Museo di Capodimonte) e lo introduce a corte come maestro di pittura. Trascorre alcuni mesi a cavallo tra il 1841 e il 1842 in Lucania ove ritrae scene pastorali. Nel 1847 vive per la prima volta l'estate a Cava dei Tirreni, che elegge a luogo ideale per la sua ispirazione pittorica dal vero e diviene così una sede ricorrente dei suoi soggiorni estivi; qui compone studi e bozzetti che rielabora poi a Napoli. Lo scoppio della rivoluzione napoletana del 1848 è “annotato” dal pittore in due opere, La sera dì 11 febbraio 1848 – Napoli e 15 maggio a Napoli, connotate entrambe da grande immediatezza cronachistica. E' del 1852 la stesura di una fra le sue opere più significative, Pastorelli nel bosco (Vasto, Pinacoteca civica), unanimamente riconosciuta dalla critica come un momento fondamentale della sua ricerca luministica e per le innovative soluzioni “di tipo impressionistico” . Nel 1870 si dedica di prima mano all'attività incisoria con la tecnica dell'acquaforte (antico nome dell’acido nitrico. La stampa artistica si otteneva da una matrice di metallo incisa,utilizzando soluzioni acide). Le opere prodotte testimoniano dell'alta qualità raggiunta; esse sono in gran parte conservate presso l'Istituto Calcografico Nazionale di Roma. Viene nominato ‘Socio di merito’ della Reale Accademia di Belle Arti di Venezia. Il 16 marzo del 1871 scompare il fratello Francesco Paolo. Segue un periodo caratterizzato da una caduta degli ideali, a cominciare da quelli patriottici e da un notevole indebolimento degli stessi proponimenti artistici. Gli anni seguenti sono connotati da tutta una serie di riconoscimenti ed onorificenze per i meriti artistici: Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia (1877), Direttore Generale delle Scuole della Società Operaia Napoletana (1878), Presidente del Regio Istituto di Belle Arti di Napoli (1878), Socio ordinario residente della Accademia di Architettura, Lettere e Belle Arti della Sanità Reale di Napoli (1880).


GABRIELE SMARGIASSI (Vasto 1798 – Napoli 1882) Allievo di G. Cammarano all'Accademia di belle arti di Napoli, dal 1818 si dedicò, sotto la guida di A. Pitloo, al paesaggio che trattò con immediatezza, in toni chiari e luminosi. Visse poi a Roma e a Parigi dove, protetto dalla duchessa d'Orléans, dipinse con successo opere d'impostazione accademica. Già da questo periodo allacciò rapporti con personaggi che lo avviarono alla carriera di “pittore di corte”. Alla morte del Pitloo tornò a Napoli dove vinse la cattedra di Paesaggio, prevalendo su Salvatore Fergola per i maggiori titoli presentati. Fino al 1845 continuò a esporre vedute e paesaggi di composizione che furono elogiati dalla critica per il tono idillico e la colorazione ridente. Esempi di questa prima produzione, in parte di impronta pitloiana per le scelte coloristiche e in parte hackertiana per la composizione delle vedute, sono le opere "Paesaggio di Sorrento con pastore ed armenti" (1839; Napoli, Palazzo Reale), "Quercia secca nel bosco di Caserta", "Napoli da Mergellina" (1843; Napoli, Museo di San Martino), "Paesaggio con vendemmia all'isola d'Ischia" (1845; Napoli, Palazzo Reale), nelle quali è evidente l'interesse per la ricerca naturalistica, alimentata da escursioni en plein air per trarre studi dell’ambiente naturale, affiancati al metodo tradizionale di elaborazione di studio del paesaggio. Dal 1845 si volse alla produzione del paesaggio storico-romantico, vedute di invenzione di impronta scenografica e di contenuto letterario o religioso, come "Angelica e Sacripante" (1845) Tra il 1851 e il 1855 realizzò un ciclo di tele a soggetto religioso destinato all'appartamento storico di Palazzo Reale, "Paesaggio con san Sebastiano e le pie donne", "Paesaggio con San Francesco in preghiera", "San Francesco che caccia il demonio", "San Girolamo appare a tre guerrieri del Medio Evo" (Napoli, Palazzo Reale). Tali opere dimostrano come lo schema accademico adottato dallo Smargiassi privilegiasse la composizione del primo piano, relegando al secondo piano grandiose scenografie prospettiche e fondali cristallini di paesaggi all'orizzonte. Insieme con Domenico Morelli e Filippo Palazzi, fu uno dei firmatari dello Statuto della Promotrice di Belle Arti di Napoli. Tra il 1863 e il 1875 pubblicò Rendiconti ed Atti della Reale Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, riflessioni sulla pittura di Poussin e sul paesaggio storico napoletano.


TEOFILO PATINI (Castel di Sangro 1840 - Napoli 1906) Di famiglia agiata e conseguiti gli studi classici, si iscrisse all’Università di Napoli prima a Filosofia e poi all’Accademia di Belle Arti. Indubbiamente contribuirono a questa scelta sia la formazione umanistica sia l’ambiente familiare di elevato livello culturale, basti ricordare che i nonni paterni possedevano una quadreria nel palazzo di Roccaraso, circostanze che ne indirizzarono l’educazione in senso artistico e ne stimolarono la sensibilità pittorica. In seguito ad un concorso interno all’Accademia, cui aveva partecipato con il dipinto Edoardo III d’Inghilterra e i deputati di Calais, gli fu assegnato un pensionato di due anni a Firenze. Qui si avvicinò ai Macchiaioli e a Telemaco Signorini, le cui novità tecniche e pittoriche influenzarono positivamente la sua pittura avvicinandolo al naturalismo contemporaneo. Negli anni successivi al 1872 un repentino abbassamento della vista, causato da un tracoma, lo costrinse a rallentare il lavoro e sembra che l’anno successivo abbandonasse completamente la pittura. Pur tuttavia molti dipinti risultano eseguiti proprio in questo periodo, come per esempio La guardiana delle oche (1873), Case di campagna (1874), I notabili del mio paese (1878). Fu proprio durante questo soggiorno forzato nel paese natio che conobbe veramente la sua gente. “Dopo più di sette anni, il medico gli consentì di riprendere il pennello. Ora troppe cose aveva capito e si erano radicate nella sua coscienza che non sapeva più restare inerte, come mai del resto lo era stato, dinanzi alla cruda realtà della sua gente” (G. Colonna, cit. in Savastano, 1995), alla miseria, alla sconsolata indigenza. L’interesse e l’attenzione rivolta sino a questo momento ai personaggi del passato ed alla storia antica vennero poco a poco trasferite alle vicende contemporanee, alla storia intesa come fonte di verità assoluta, al singolo individuo: elementi di matrice idealista scaturiti anche dalle letture e dai colloqui con Bertrando Spaventa, profondo conoscitore del pensiero hegeliano. La prima opera rivelatrice di questa nuova poetica, di adesione e di denuncia della quotidianità senza futuro della sua gente, è Il ciabattino (Collezione d’Arte del Banco di Napoli), Dipinse quadri ritraenti la civiltà contadina abruzzese mettendo in rilievo la condizione di povertà della regione e la capacità di resistenza e di sacrificio della popolazione; la pittura fu, oltre che la sua profonda passione, il megafono con il quale urlava al mondo le misere condizioni del suo popolo. Annoverato tra i primi pittori a dedicarsi alla cosiddetta pittura sociale dell’Ottocento italiano, è stato a lungo dimenticato dalla critica, probabilmente per le sue idee socialiste. Riscoperto e valorizzato nella seconda metà del Novecento, grazie soprattutto agli studi storico critici ed all’impegno di Cosimo Savastano, il maggiore studioso e conoscitore della pittura abruzzese del XIX secolo, è ora considerato uno dei protagonisti di un capitolo importante della Storia dell’Arte del nostro paese. In alcune opere religiose, eseguite nell’ultimo periodo, Il Purgatorio o Redenzione, l’Angelo custode, San Carlo Borromeo fra gli appestati l’Immacolata e Santi, “ ribadì le profonde conoscenze avvertite con il messaggio evangelico nonostante le dichiarate posizioni laiche ed anticonfessionali, e sottese ai suoi convincimenti di ascendenza positiva,oltreché di massone affiliato alla Loggia aquilana della quale fu Venerabile, oggi intitolata al suo nome.


VALERICO LACCETTI (Vasto 1836 - Roma 1909) Allievo del suo concittadino Filippo Palizzi, si formò presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli e si specializzò nella produzione di dipinti di piccole dimensioni, con animali e figure umane. Si presenta alla Prima Promotrice “Salvator Rosa” con l'opera Il tarlo, scena di genere contadino di particolare vivacità espositiva e comunicativa. Partecipa anche alla seconda edizione della stessa Promotrice avendo la soddisfazione di vedere acquisito un suo quadretto di genere, Figure di bestiame, dal re Vittorio Emanuele che lo colloca nella reggia di Capodimonte. Nel 1863 si trasferisce a Roma ove soggiornerà per nove anni licenziando una produzione pittorica per alcuni versi commerciale (corrisposta dal mercato), nell'ispirarsi reiteratamente ai temi cari alla tradizione palizziana e privilegiando gli interni, soprattutto di stalla e in genere la figurazione animalistica. Di questo periodo restano famose le numerose repliche delle opere Due caprette e Un asinello, abusate per compiacimento della committenza ma connotate, nelle performance più fortunate, da vitalità e da una certa autonomia espressiva a fronte delle reminiscenze di Accademia. Nel 1872 si reca a Parigi soggiornandovi per sette mesi. Qui segna il massimo impegno artistico ed esprime la maggiore forza espressiva, seguendo la lezione paesaggistica del Barbizon e respirando intensamente l'aria della “Fointainebleau” già cara al suo conterraneo Giuseppe Palizzi. I temi sono quelli tradizionali del naturalismo ottocentesco; in particola la sua opera denominata Souvenir de Fontainebleau (dipinta appunto nella foresta francese) consegue un certo successo nell'ambiente parigino prima di essere inviata alla Promotrice “Salvator Rosa” di Napoli dello stesso anno riscuotendo anche lì notevole consenso e confermando dell'Autore la valenza di grande pittore animalista. A partire dal 1880 è alla ricerca di nuove e dichiaratamente più impegnative tematiche proponendo temi e motivi di ispirazione storica e religiosa. Dopo quasi quattro anni di fervido impegno, connotato anche da una laboriosa fase preparatoria, licenzia nel 1883 la sua opera più famosa e celebrata, il Christus imperat, ricca di una sua vitalità espressiva propria seppure non immemore della lezione della grande pittura storica napoletana, prima fra tutte quella di Domenico Morelli e Saverio Altamura. Il quadro (acquistato successivamente dal Comune di Chieti ed esposto attualmente nella Sala del Consiglio della Provincia di Chieti) viene presentato alla Esposizione internazionale di Roma dello stesso anno consacrando la fama dell'Artista di fronte ad un vasto pubblico soprattutto per la capacità ampiamente dimostrata di interpretare tematiche di alto profilo e padroneggiare tecnicamente superfici pittoriche di ampie dimensioni. L'opera si connota anche per il rigore filologico della riproduzione dei personaggi storici unita allo sforzo di liberare efficacemente la grande forza evocativa della scena. L'artista eseguì anche altre opere di tema religioso, fra cui il "Christus vincit",più modesto nelle dimensioni ma profondo nella partecipazione emotiva, ma predilesse maggiormente tematiche di ispirazione popolare, quadri di genere e ritratti fino a dedicarsi, negli ultimi anni della sua vita, alla realizzazione di opere teatrali. Si dedicò, infatti, alla produzione di tragedie a tema storico come l’”Arrigo VIII” e il “S.Francesco d’Assisi”.


(Il Prof. Renato Colantonio, un appassionato collezionista d’arte abruzzese così precisa: “l’Abruzzo ha dato i natali a grandi artisti dell’800 che hanno rinnovato la pittura napoletana ed italiana)

F.N.

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