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La vendita/svendita del patrimonio industriale dell’Italia

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Le aziende industriali dello Stato, fino agli anni ottanta del secolo scorso, hanno creato milioni di posti di lavoro e promosso la crescita dell’Italia e di intere zone di sottosviluppo, portando la Nazione al quinto posto nella graduatoria mondiale dei paesi sviluppati.

Tuttavia, dagli anni novanta si assiste alla vendita parziale o totale delle aziende pubbliche, adducendo una motivazione ideologica/economica: lo Stato non è bravo a  fare impresa, perciò tale attività deve essere riservata al privato; e una motivazione politico/economica: abbiamo un debito pubblico alto e bisogna vendere per pagare tale debito e poi, lo impone l’Europa.

Così abbiamo svenduto, in parte o in toto, tutti i gioielli industriali dello Stato dall’ENI, all’ENEL, all’IRI, all’INA, alle Poste Italiane,  Agip,  Snam, Telecom, Tirrenia, Poligrafico, Sace, Nuovo Pignone, Banca Commerciale Italiana, Credito italiano, Ferrovie dello Stato, IMI, Stet, gruppo SME,  diverse aziende dell’ex gruppo EFIM (ne faceva parte anche la SIV di San Salvo che nel 1992  aveva un fatturato di 750 miliardi di lire con 5220 dipendenti e 3,7 miliardi di utili) ed altri di minore entità economica.

Si è trattato di una scelta produttiva? Con un documento pubblicato il 10 febbraio 2010, la Corte dei Conti ha dichiarato che la maggiore redditività delle aziende pubbliche  passate sotto il controllo privato non è dovuto al conseguimento di maggiore efficienza, ma all'incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc. ben al di sopra dei livelli di altri paesi europei.

Inoltre, nonostante le vendite di beni pubblici per circa 90 miliardi di euro, il  debito pubblico è cresciuto, negli ultimi 25 anni, in percentuale e in assoluto, passando dall'equivalente  850,00 miliardi  di Euro, pari al 105,0% del Pil del 1992, a 2.350 miliardi di Euro, pari al 132,0% del Pil di Dicembre  2017. Come si vede, la vendita/svendita delle imprese pubbliche ha avuto un'incidenza insignificante sul debito pubblico, ma è sicuramente servita a fare la fortuna degli acquirenti.

 Abbiamo svenduto tutte le nostre banche pubbliche, mentre paghiamo i fallimenti delle banche private. Abbiamo svenduto interi territori: l’isola di Budelli nell’arcipelago della Maddalena e l’Isola Bella delle Eolie, il Monte Cristallo e il Monte delle Tofane sopra Cortina d’Ampezzo, ampi tratti di spiagge, centinaia di immobili artistici e storici (come, a Roma, la monumentale Zecca di piazza Verdi, ceduta ai cinesi e la Casina Valadier del Pincio ceduta a uno sceicco arabo), tutti i fari marittimi (dieci li ha acquistati la Germania), lo storico Palazzo Broggi di piazza Cordusio a Milano.

Nel campo delle imprese private le cose vanno ancora peggio, sono passate in mani straniere: il gruppo ferroviario Italo, il Treno Frecciarossa, la Indesit, Poltrona Frau, Pininfarina, lo storico marchio Buccellati, l’italiana Editrice Giochi, Grom “il gelato più buono del mondo”, la tenuta “Il Greppo” che inventò la formula del Brunello di Montalcino, l’aceto balsamico di Modena IGP, la birra peroni, Acqua di Parma, olio d’oliva Bertolli, olio d’oliva Carapelli, olio d’oliva Sasso, confetture Santa Rosa,  riso Flora, Parmalat, Galbani,  Invernizzi, Cademartori, Locatelli,  Buitoni, Sanpellegrino, Perugina, Motta, l’Antica Gelateria del Corso, La Valle degli Orti, Gancia, i pelati AR, Pernigotti, La Cremeria, Maxicono, Surgela, Marefresco, Voglia di pizza, Oggi in Tavola. La Griffe del cachemire Loro Piana, Bulgari, Fendi , Pucci, Valentino, Pomellato, marchi come Fnac, Puma, Dodo, Bottega Veneta, Brioni, Serviti Rossi,  Krizia moda.

 Pur non più italiano al cento per cento, il prodotto italiano vende sempre e comunque, soprattutto all’estero.

Abbiamo e stiamo continuando a cedere tutti gli strumenti che creano profitto: i servizi pubblici essenziali, le tratte ferroviarie, le rotte aeree, ecc, Anche il turismo è caduto in mano straniera: gli alberghi più importanti non sono più italiani. In sostanza, sta avvenendo che questi acquisti come “pompe aspiranti” tolgono la ricchezza reale al nostro Paese e la trasferiscono altrove.

Casi di successo di aziende italiane che si espandono all’estero non mancano, ma per ogni azienda italiana che riesce a crescere all'estero almeno tre italiane finiscono acquisite da holding straniere.

Come è possibile diminuire il debito e fare sviluppo se molte fonti di produzione della ricchezza stanno passando in mani straniere?

È allarmante: la gente vive queste problematiche nella più completa indifferenza, anche per la scarsa conoscenza. Continuare ancora a vendere il patrimonio industriale nazionale significa condannare l’Italia ad una irreversibile povertà di massa.

I  politici si aggrovigliano sempre più in discussioni di principio e mirano alla formazione di un Governo che preservi, prima di tutto, gli interessi del proprio partito e di loro stessi. Il sistema informativo, sia della carta stampata, sia delle televisioni,  è tutto proteso nel servile impegno di farsi in quattro per amplificare in mille salse diverse (dipende dal “convento” di appartenenza) la posizione di questa o quella fazione  politica e tutti assieme non hanno tempo per queste “cosucce di poco conto”. Nel contempo, l’Italia assomiglia sempre più ad un fuscello sbattuto dai gorghi del fiume impetuoso della globalizzazione, della finanza internazionale, degli appetiti delle potenze neo-coloniali.

 

 

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