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I primi 40 anni della Parrocchia della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo di San Salvo Marina - Pt. 2

Intervista a Ines Montanaro

a cura della redazione
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Dopo la prima parte di una settimana fa, pubblichiamo il finale dell'intervista dell'editore di sansalvo.net​, Antonio Cilli, a Ines Montanaro sui primi 40 anni della parrocchia della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo di San Salvo Marina.

Quali iniziative prese la Comunità?
La Comunità ebbe anzitutto un ruolo di evangelizzazione e studio della Sacra Scrittura, ci si riuniva ogni lunedì per leggere il Vangelo e pregare. La crescita umana e spirituale che sentivo aumentare in me di giorno in giorno, mi spinse prima a occuparmi dell’oratorio con teatri, danze e canti per bambini e ragazzi: a tal proposito, mi piace ricordare - tra le altre - una memorabile rappresentazione di Natale in casa Cupiello e le tante coreografie eseguite - al buio - da bambine e ragazzine con il movimento di fiammelle accese, al ritmo di musiche: classiche, folcloristiche e moderne. Da quest’ultima nacque un gruppo stabile che chiamammo Fiammelle danzanti” e si esibivano all’occasione con effetti di grande suggestione. In seguito, man mano che interiorizzavo e approfondivo la realtà e la bellezza del Messaggio, m’impegnai sul fronte dell’evangelizzazione ai piccoli, ai giovanissimi e ai giovani. Questa esperienza, incentrata soprattutto nella ricerca di linguaggi nuovi e sperimentali, mi portò nel 1999 a scrivere un libro/metodo d’insegnamento - (Alfabetocuore – Ines Montanaro – Editrice Elledici - Leumann 2002) che coronò il mio sogno di consegnare il Messaggio a quante più persone possibili, con lo stesso entusiasmo con il quale lo avevo vissuto ed ancora lo vivo. Ognuno però, fece il suo personale percorso di crescita umana e cristiana che si traduceva in apostolato specifico o collaborazioni varie.
Non posso omettere però e/o dimenticare l’attenzione che la nostra Comunità ebbe verso gli ultimi, in fondo molti di noi eravamo stati emigrati e provenivamo da famiglie povere e poverissime e conoscevamo la realtà del possedere poco o nulla. Accogliemmo dunque fra noi gli sfollati del terremoto dell’Irpinia (1980) e i profughi della guerra dell’ex Jugoslavia (metà anni 90). La tensione cristiana verso un mondo nuovo ci spingeva verso i poveri, verso quelle comunità di passaggio - data la nostra posizione - a San Salvo Marina: penso ad esempio ai circensi, ai giostrai, agli ambulanti, ai non pochi furfanti e persino alle prostitute, quelle creature di cui Gesù ha detto «... vi precederanno nel Regno dei cieli» (cfr Mt21,31). Tutti bussavano alla porta della canonica in cerca di qualche soldo, un panino imbottito, una bottiglietta di birra, dei vestiti e nessuno andava via a mani vuote. Tra l’altro, abbiamo fatto tante gite parrocchiali, giornate sulla neve, campi scuola, campeggi e persino pellegrinaggi in Terra Santa di cui sono stata animatrice.

Alcune iniziative divennero dei veri e propri appuntamenti. Penso al Carnevale, alla cena di Capodanno e al Primo maggio.
Il Carnevale nacque dopo il Primo maggio ma, fu la più impegnativa e aggregante delle nostre iniziative, don Gino ne aveva fatta esperienza nella parrocchia di San Giuseppe di Vasto con don Felice Piccirilli, un sacerdote proposto da poco per la beatificazione e, lo 'trapiantò' da noi con enorme successo. Un anno contai fino a 20 carri. Trattori e guidatori, arrivavano con entusiasmo dalle masserie della vicina Contrada Padula. All’epoca, l’energia elettrica mancava a giorni alterni, ergo, le candele erano sempre accese, non c’era la rete fognante, mancava spesso l’acqua perché mancava la corrente che spingeva le autoclavi e 'giustamente' si fermavano anche gli ascensori. I carri di carnevale furono il pretesto per ridere delle nostre disgrazie, attirare l’attenzione e fare cassa. Le spese erano praticamente 'zero' perché usavamo solo materiale di riciclo. Penso con tenerezza al 'gran pavese' delle bandierine fatte con i ritagli di vestiti delle tante sarte che avevamo in parrocchia. Era bello vedere la gente a testa in su e cercare ognuno il suo lembo di vestito. I coriandoli si compravano ma, le stelle filanti, si facevano in casa con la macchina della pasta e carta velina colorata nel formato delle tagliatelle. Un anno io e Giovanna, rovinammo i rispettivi utensili da cucina perché, la carta, aveva fatto perdere il taglio alle loro trafilatrici. Le ricomprammo senza lamenti, non senza difficoltà e senza dire nulla a nessuno.
Come feci con un ampollina dell’altare allorchè, per lavarla, la ruppi e idem come sopra.
La lotteria era la nostra piccola/grande forza economica. Cercavo nei negozi i premi, li agghindavo in un paniere e poi vendevo i biglietti alla numerosissima folla che da San Salvo e dintorni veniva a vedere la sfilata dei carri. Un anno (1996) fui chiamata d’urgenza da Peppino Lorusso che voleva mostrarmi la sua vecchia FIAT Topolino vestita a festa per la sfilata, corsi per fargli piacere, ma anche per non privare un secondo di tempo alla vendita dei biglietti. La calca e la fretta mi fecero inciampare nel battente del cancello d’entrata, caddi faccia a terra sul sagrato e mi fratturai il setto nasale. Il biglietto che avevo in mano si bagnò di sangue: ne ebbi per un mese di prognosi, viso contuso, gonfio e pesto. Di certo, l’incidente, non fermò il mio apostolato. La cena di Capodanno nacque per il bisogno di divertirsi in modo sano e con poca spesa. Ci si riuniva, per stabilire il menù e la quota sociale: i volontari preparavano la cena. Poi si ballava e cantava. Gioie semplici e sane. Se avanzava qualcosa - tra entrate e uscite - andava naturalmente nelle casse della Parrocchia.

Il Primo Maggio? Come nasce la festa del Primo maggio?
Eh, caro Antonio, erano anni difficili, facevamo di tutto per trovare momenti di aggregazione e di svago facendo di necessità virtù. Il Primo maggio della Marina, fu un idea di Felice Capozzo, che nacque sul prato della chiesetta, un pic nic in un giorno di festa fatto tra noi che si è allargato a macchia d’olio col passare degli anni e 'traslocò' nei dintorni della nuova chiesa una volta terminata. Eravamo così numerosi a quel 'pic nic' che, qualche venditore ambulante decise di fermarsi poi, le bancarelle non trovavano quasi più posto e le auto parcheggio. A pensarci bene guardavamo con diffidenza gli ambulanti che vendevano porchetta, salsicce e polli arrosto, perché, quel tipo di commercio era riservato alla Comunità. Si organizzavano anche gare sportive come la celebre 'Marcialonga', la caccia al tesoro, il palo della cuccagna, la gara dei dolci fatti in casa e quelli riservati alle pasticcerie e anche la gara del vino dei produttori locali. Un anno m’impegnai persino per una 'Mostra del fiore' che ebbe molto successo. Anche al Primo maggio la lotteria compensava le perdite. Conoscendo molte persone, ero lieta che venisse affidata a me. L’orchestrina era sempre qualcuna scelta tra quelle di San Salvo con poca spesa. In tempi di magra poi abbiamo fatto cantare i giovani.

A volte 'passando' davanti la Chiesa ho sentito canticchiare un Tango... Cosa centra il Tango con la Parrocchia?
Il Tango, precisamente Il tango delle Capinere non è un canto sacro e non lo utilizzavamo certo nelle celebrazioni liturgiche. Se lo hai sentito dopo tanti anni è a causa di una 'persistenza sonora' che il tempo non ha cancellato dal pentagramma dei ricordi. Il testo e l’associazione della melodia erano del Ragionier Capozzo, il nostro economo, persona onestissima e squisita, sempre con il quaderno delle statistiche in mano, che cantava così....
A mezzanotte va don Gino in Bicicletta...

Aspetta che te la canto tutta:
A mezzanotte va don Gino in bicicletta/e nell’oscurità il vescovo l’aspetta/
a colpi di milion/don Gino l’aggredisce/e nell’oscurità.../il vescovo sparisce/
ed ora siamo qui, in mezzo a sto piazzale/con tanta volontà e un pacco di cambiali...

Presto divenne il nostro 'inno' in sottovoce che cantavamo quando eravamo sommersi dai debiti per le spese di cui, don Gino, ci faceva sempre tutti partecipi. Eravamo un Consiglio pastorale molto allargato, che non esisteva di nome, ma di fatto. Questo ci rendeva responsabili fino allo spasimo, al punto di raccogliere - con un dito ferito e medicato con punti di sutura - le olive che i contadini ci donavano come offerta per la costruzione della chiesa. Perché, parliamoci chiaro, anche se adesso è crisi nera, soldi per le chiese non ce ne sono mai stati. Per questo siamo anche saliti sulle piante a raccogliere olive che vendevamo, rischiando di cadere e senza assicurazione.

Se dovessi raccontare don Gino in poche parole cosa diresti?
Ahh... questa è una domanda facile, don Gino aveva tre espressioni ricorrenti: dì, dimmi, dimmi, dimmi e cosa c’è? Un sunto del suo rapportarsi con i suoi collaboratori più vicini.
Don Gino è stato e resta un 'Costruttore' di anime e di chiese, egli, con noi, penetrava a fondo i problemi della parrocchia che lo assorbivano in maniera viscerale. In effetti le tre risposte lo descrivono in pieno e, dipendevano dal suo impegno fisico, mentale e/o spirituale di quel momento. Il 'dì' era per dire: «fai in fretta ho poco tempo da dedicarti...», il 'dimmi, dimmi, dimmi...' era la sua disponibilità totale all’ascolto delle nostre libere proposte di crescita. Quanto al 'cosa c’è?', bisognava capire che era il caso di ripassare più tardi. Bisogna dire con franchezza e onestà che egli ci insegnò il termine bellissimo non solo di 'Comunità', ma, di 'Comunità operosa' che fece diventare operativa. In 'ultima analisi', come diceva sempre lui, diede una identità fortissima al quartiere, al punto che, Valeriano Moretti, un giorno ebbe a dirmi: «quello che colpisce di voi è la vostra unità dite tutti la stessa cosa!». Egli ci ha sempre lasciati liberi di prendere iniziative a fin di bene, salvo poi, occuparcene fino in fondo. Non si poteva piangere a metà percorso e andare a dirgli: «non ce la faccio, mi fermo». Direi che è stata una educazione alla crescita umana e spirituale, anzi alla responsabilità delle proprie azioni, dura, ma efficace. Il tutto però, sempre alla luce del Vangelo. A tutt’oggi, la Comunità è cresciuta ed è impegnata in molte direzioni.
Questo rende felice tutti coloro che vi hanno lavorato tanti anni fa, affinchè anche loro e tutte le generazioni a venire, un giorno possano raccontare la loro storia.

Come riassumeresti la tua e vostra esperienza vissuta così intensamente?
La costruzione di questa chiesa è stata una Lectio Magistralis che ha siglata la crescita umana e spirituale della mia generazione ex sessantottina ribelle, che aveva sognato 'l’immaginazione al potere' e si era ritrovata nella realtà - non più studentesca - di immigrati a San Salvo Marina da tante parti d’Abruzzo e d’Italia per lavoro che, all’epoca, qui non mancava. San Salvo fu per tutti noi la terra promessa, dove erano state create da 'coraggiosi disegnatori di futuro', le condizioni per una vita dignitosa e anche un diffuso benessere. Nessuno di noi però, immaginava che, tra un mattone e l’altro, un carro di carnevale e una gara sportiva, una caccia al tesoro e una lotteria, una classe di catechismo e i primi sacramenti, stavamo incarnando una Realtà ben più rivoluzionaria di quella che propugnava H. Marcuse che ispirò i giovani del ’68, e cioè 'la Comunità degli Atti degli apostoli':
La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un ‘anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. (At 4,32).

È stato bellissimo!

Testimonianza di Ines Montanaro raccolta dal dott. Antonio Cilli.

Nota Bene
Per alcune foto storiche si ringraziano i signori: Felice Capozzo, Giulio Petrucci e la signora Giovanna Gallina. Per il preziosissimo documento dell’Elaborato progettuale, il Geom. Remo Colanzi, Dirigente del Servizio urbanistica del Comune di San Salvo. Ci si scusa altresì, con persone dimenticate che – all’epoca – avendo vissute in prima persona alcune iniziative lo hanno ricordato in modo incisivo e corretto con i loro commenti. Si ricorda con affetto vivo: la professoressa Marina Gallo, la famiglia di Donato e Grazia Spatocco, D’Alonzo Domenico e Anna Maria, Di Bartolomeo Angelo e Aparecida, Suriani Pierino e Lucia e, tutti i giovani e ragazzi che, con la loro gioia, hanno fatto felice Nostro Signore, la nascente Comunità e, persino... le nostre strade piene di canne, quando, non avendo ancora gli spazi pronti facevamo le prove di ballo sulla strada asfaltata senza traffico. Si prega affinchè, la Chiesa 'non di mattoni', ma quella fatta da tutti noi 'pietre vive' possa trovare e/o riscoprire sempre più quella che è la Sua Grande vocazione: la costruzione del Regno.

FOTO: storiche e recenti di Ines Montanaro

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