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Il cristiano è colui che è nella Trinità, ossia nell’amore per viverlo

| di Don Andrea Manzone
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Dedicare una festa alla SS. Trinità è un po’ come dedicare una festa alla vita: o la si festeggia ogni giorno oppure essa rischia quantomeno di risultare ridicola.

Nonostante la Trinità sia il cuore della nostra fede cristiana, non sempre questo cuore pulsa e da linfa vitale come dovrebbe, tanto che il mistero della Trinità rischia in ultima analisi di essere inutile; Kant, alla fine del 1700 scriveva: «Della Trinità nulla può servire sul piano pratico». E un grande teologo del 1900, K. Rahner affermò un giorno che se per assurdo dovessimo scoprire che la Trinità fosse un errore teologico, poche cose sarebbero da cambiare nei nostri libri di pietà, nei nostri manuali di teologia, di morale, ecc..

Le letture proposte oggi dalla liturgia compiono un cammino progressivo; nella prima lettura, il Deuteronomio sottolinea il fatto che Dio non è un dio lontano, ma un Dio vicino, vivo e vero, che si è fatto presente nella storia di Isreale, che desidera la felicità del popolo che ha scelto e guidato lontano dalla schiavitù d’Egitto. Dio è essenzialmente un Dio che libera, un Dio che dona libertà (cfr. Dt 4,39-40). Israele fa l’esperienza di un Dio che ama…e non è scontato! La filosofia greca, di cui noi tutti volenti o nolenti siamo figli, aveva pensato ad una divinità incapace di amare.

Che significa amare? Come amare? Progredendo nella rivelazione, abbiamo conosciuto che Dio è Padre, e che è Padre perché ha un Figlio, a cui tutto ha dato, la sua cosa più preziosa. Il Padre ha donato a noi questo Figlio, che noi abbiamo ucciso appendendolo alla croce, ma il Padre l’ha risuscitato dai morti e ha donato a noi quello stesso legame d’amore che lo lega con il Figlio, lo Spirito Santo.

Amare dunque significa entrare in questo movimento di amore che trova la sua origine nel Padre, fonte di ogni santità. Perciò Paolo, scrivendo ai Romani, afferma con energia che abbiamo ricevuto uno Spirito da figli e non da schiavi, per mezzo del quale diciamo “Abbà! Padre”. Chi riceve lo Spirito, solo lui, può riconoscere in Dio il Padre di ogni consolazione e la fonte dell’amore.

Come entrare in questo movimento d’amore? Nel Vangelo ascoltiamo Gesù che invia i suoi nel mondo a fare discepoli (frase che meriterebbe una trattazione a parte) e a battezzarli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, ossia, letteralmente, immergendoli in questo nome.

Il cristiano dunque chi è? È colui che è entrato nella vita della Trinità, nel mistero stesso di Dio che è l’amore, non per comprenderlo, ma per viverlo. Dimenticare il mistero della Trinità significa allontanare Dio, ridurlo a un personaggio mitologico, immaginario, ideologico.

La Trinità è il rimedio ai due rischi della comprensione odierna dell’amore: «Un amore che non è solitario, non è l’amore del numero uno… beato nella sua perfetta solitudine, ma non è neanche l’amore del due, l’amore adolescenziale, l’amore della coppia chiusa in se stessa, dove io amo te e tu ami me e tutto il resto non esiste» (p. Gaetano Piccolo). Il vero amore non può che essere trinitario, eccesso d’amore che tutto abbraccia.

 

Foto di Studio Fotografico ENIGMA

Don Andrea Manzone

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