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La salvaguardia dell'acquedotto romano fondamentale non solo dal punto di vista storico

Ieri illustrate le ultime scoperte

a cura della redazione
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Un progetto da 240mila euro «impensabile per un assessorato "povero" come quello della Cultura». È questa l'entità della cifra necessaria per completare le ispezioni e valorizzare l'interno tracciato dell'acquedotto romano ipogeo. Lo ha spiegato ieri l'assessore Giovanni Artese prima che venissero illustrate le ultime scoperte in merito in una delle sale del museo archeologico. Il tratto conosciuto è quello che da 'Fontana vecchia' arriva al pozzo 4 in piaza Papa Giovanni XXIII riaperto qualche giorno fa.
«Per ora sono stati reperiti - ha concluso Artese - 6.700 euro grazie ai nostri sponsor che sostengono la nostra attività».

 

IL RUOLO DELL'ACQUEDOTTO - Un'infrastruttura, quella dell'acquedotto, che sin dalle sue origini ha permesso alle popolazioni di 'fiorire' anche lontano da corsi e sorgenti d'acqua. L'esempio fatto dal professore Davide Aquilano, è quello di Roma che ha avuto una forte espansione dopo la costruzione della prima infrastruttura. La scoperta e la valorizzazione degli acquedotti non hanno una valenza solo dal punto archeologico e culturale, ma è importante anche dal punto di vista della regimentazione delle acque. «La grande quantità di acqua - ha spiegato Aquilano - se non gestita correttamente potrebbe creare gravi problemi di dissesto idrogeologico. A Napoli, dove ogni tanto si apre una voragine in strada, è esattamente questo che succede».

 

LE ESPLORAZIONI - L'archeologo Marco Rapino ha quindi ripercorso la storia delle esplorazioni iniziate con la scoperta dell'apertura ad arco durante l'allargamento (nel 2001) di Strada Fontana. Le ispezioni partirono da lì (insieme a Rapino, vi entrarono Giuseppe Di Benedetto, Denis Pratesi e Fabio Sasso, tutti membri della cooperativa Parsifal) e sin da subito furono evidenti le differenti epoche di realizzazione dell'opera: una romana, una medievale e una moderna. 
Da quel punto in poi furono scoperti i vari pozzi. Il numero 1, che ha una pianta pentagonale «più unica che rara», si trova all'interno di un'abitazione. All'epoca della scoperta fu individuato proprio sotto i sanitari «con i quali non c'era nessun collegamento fisico»; il pozzo si trovava sotto circa un metro e mezzo dal livello del suolo. Inoltre, fu rinvenuta la pavimentazione originale di piazza San Vitale, circostanza, questa che indica che in passato la stessa era più grande (poi vi furono edificate le abitazioni). 
Il percorso tra i vari pozzi ha riservato sorprese e ritrovamenti inattesi. Ad esempio, la presenza di tracce di restauro con mattoni di epoca molto recente (circa 70 anni fa) e le 'firme' di chi nel corso della storia si è occupato dei lavori. Altre 'sorprese' sono alcuni 'slarghi' trovati lungo il tracciato; per ora non se ne conosce l'origine, una spiegazione potrebbe essere il raccordo tra i tunnel di collegamento tra i pozzi non perfettamente allineati.

IL FUTURO - Uno degli aspetti più ardui delle esplorazioni è la localizzazione in superficie del percorso sotterraneo. Secondo gli studi effettuali e la memoria storica della cittadinanza è probabile che l'origine dell'acquedotto si trovi nelle vicinanze del cimitero. Questo significa che ci sono ancora oltre 600 metri inesplorati. «L'ispezione di questo tratto - ha spiegato Rapino - si preannuncia abbastanza ardua perché il tunnel ha dei notevoli restringimenti».
Al di là di questo aspetto, però, c'è la necessità di intercettare i fondi necessari per assicurare una corretta manutenzione di un'opera importante non solo dal punto di vista archeologico.

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